Reggio-Torino e ritorno: la direzione di uno sguardo

da www.strill.it

Martedì 18 maggio 2010 17:57

di Josephine Condemi – Lo sguardo è sempre direzionale, e necessita di un campo visivo, oltre che di una certa distanza tra il soggetto e l’oggetto che guarda… Il mio sguardo alla Fiera del Libro,sebbene avrebbe voluto raccogliere tutta la totalità di informazioni, incontri, dibattiti, idee che si succedevano al Lingotto, ha dovuto scegliere.

E scegliere è sempre il male necessario del giornalista, che seleziona comunque, anche quando crede di essere imparziale.

Io, convinta della “fatale prospetticità di ogni notizia” (per dirla con Eco), ho una particolare idea della cosiddetta imparzialità, che dovrebbe trasformarsi in equità, un’equità che mette in gioco non solo che cosa si guarda, ma soprattutto chi guarda.

La migliore obiettività è la delimitazione dei propri limiti, intrinseci sia alla fisicità (abbiamo solo due occhi e, ahinoi, le orecchie non le utilizziamo abbastanza) che alla mentalità (storia, contesto, aree di interesse).

Le narrazioni che si sono succedute, ho cercato di impostarle con le parole (mai deformate) dei protagonisti, inserendo solo qua e là qualche riflessione, facilmente riconoscibile come tale.

Il mio sguardo si è focalizzato su quelle realtà che ci sono ma generalmente non trovano spazio, perchè gli stereotipi esistono, e sebbene si faccia presto a dire che è un male usarli, in realtà li usiamo tutti, quasi sempre, come assunti facilmente desumibili dalla conoscenza ( e non il contrario), anche perché semplificando è più facile raccontare…

Ecco da cosa sono nati gli articoli sulla Romania letteraria, sul Premio Rhegium Julii e quello Tropea, sul Progetto “Leggo per legittima difesa”, sul dibattito del peso della Chiesa oggi in Italia, sui libri di Tahar Ben Jelloun riguardanti il razzismo e l’islam, sulla lectio magistralis di Botta: il titolo dell’incontro mi intrigava, volevo vedere quanto fosse profondo il nesso tra il costruire e il sentirsi a casa, tra i luoghi e la  memoria…non sono rimasta delusa.

Sarò controcorrente, ma io credo che noi calabresi siamo un popolo senza memoria. Non conosciamo la nostra storia, una Storia che andrebbe raccontata anche a partire dalle storie e dai luoghi, quei luoghi che molti di noi rinnegano per un’esterofilia fine a se stessa che non giova né al sé né all’altro…

Da questo è nato anche, in maniera anche più controversa, l’articolo sui 150 anni dell’Unità, in un incontro in cui ho potuto constatare (ahinoi) come anche a livello intellettuale (non è la prima volta, non sarà l’ultima, ma stupisce sempre) esistano numerose riserve mentali che non permettono un approccio sereno a molte delle questioni poste dal Risorgimento.

L’articolo sulla nuova politica culturale in Calabria è stata una sorpresa. O meglio, essendo una conferenza stampa, non lo è stata nei tempi e nei luoghi, ma lo è stata per i contenuti…i bilanci a tempo debito.

L’intervista alla Torregrossa è stata il frutto di curiosità e caso. Un romanzo particolare, meritava domande particolari, ma l’autrice, a quanto pare, non la pensava allo stesso modo…

Ora che il sipario è calato, e una sensazione tra l’inebriato e lo svuotato mi assale, ho creduto opportuno svelare le ragioni del mio sguardo, che incrociandosi con quello degli altri, ha dato vita a quello che avete letto, se non piacere, spero quantomeno senza annoiarvi.

 

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