Marco Bellocchio al Taofilmfest

da strill.it

Martedì 15 Giugno 2010 08:37


di Josephine Condemi – E sono andata alla master class di Marco Bellocchio. Confesso la mia ignoranza: non ho mai visto un suo film . Ci sono andata per capire cosa ne pensa del cinema un regista pluripremiato come lui, per sentire parlare di cinema, finalmente.E in effetti di cinema si è parlato, di formazione, regia, panorama italiano ed internazionale.Il problema è che io di queste master class riesco a notare solo il lato paradossale, e solo questo vi posso raccontare.Vi posso raccontare di un regista che ha affermato:  “il mio diploma di regia è stato inutile” e “Ho insegnato un anno al Centro Sperimentale e poi in un master, diciamo” , allestendo inoltre a Bobbio un laboratorio per “apprendisti” (stregoni, mi verrebbe da aggiungere, poi capirete perché).Che ha sparato a zero contro “la devastazione di una tv che continua a sfamare divi da fiction e da reality, imponendo il ‘mormorato televisivo’ per cui si recita come si parla e tutti sono attori. In realtà, tutti questi non sono neanche dei cani, non sono attori” in un Festival dove a condurre le prime serate è Luca Calvani (con tutto il rispetto).

Un Bellocchio che ha insistito ripetutamente sulla “ricerca della qualità, facendo cose originali e non copiando la tv”, anche se poi “è il cinema mediocre che fa incassare e produrre il cinema di qualità, perché il pubblico vuole evadere, divertirsi e il genere drammatico piace poco, siamo in tempo di guerra”.

Che quando gli fanno la domanda sui documentari prima li elenca tutti (con tanto di date di uscita, io lo ringrazio perché non li conoscevo ma poteva anche non disturbarsi con tutta quella dovizia) e poi ricomincia con “la tv non era invasiva a quei tempi e si potevano raccontare realtà drammatiche con i documentari, perché ANCHE nei documentari si può trovare la QUALITA’ ” (e qui ognuno faccia le proprie considerazioni).

Che ha visto Toy Story 3 al Teatro e “l’effetto 3D dà maggiore profondità ma poi ci si abitua..il film mi annoiava, c’erano chiaramente riferimenti alla tradizione favolistica….diciamo…Andersen, i fratelli Grimm, e situazioni stucchevoli, americane, noiose. Ero incerto se abbandonare la sala ma sono stato attratto dall’ultima parte e sono rimasto” (cioè, per capirci, la parte in cui i protagonisti stanno per essere risucchiati da una discarica)…

Che “fare un film sull’Italia contemporanea è difficile” e che “molti singoli autori sono bravi ma manca qualcosa al cinema italiano”. (Magari un altro Bellocchio?)

E che, dulcis in fundo,  ha accolto la definizione di un signore del pubblico “il cinema italiano è meno della somma delle sue parti”. E questa no, non gliela possiamo fare passare. Perché, caro Bellocchio, questa che sembra una splendida estemporanea trovata è in realtà una citazione cifrata da Edgar Morin.

E Morin, parlando di un sistema complesso, lo ha definito non solo minore, (per via dei vincoli cui è sottoposto) ma complementariamente maggiore della somma delle proprie parti, per via delle potenzialità che esprime e che può realizzare.

Basta saperle riconoscere.

Io guarderò i film di Marco Bellocchio, ma dell’incontro, questo vi posso e vi so raccontare.

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