Taofilmfest: rassegna Brasile, tra pregiudizi e qualche sorpresa

 

da www.strill.it

Lunedì 21 Giugno 2010 15:17

Ora che ho svestito i panni da giurata del Campus Gioventù Award, posso finalmente esprimere la mia su una delle due rassegne che ho seguito per intero, quella “Brasile”.

Sei i film in concorso, ai quali mi ero approcciata per cercare di scoprire una realtà contraddittoria e mai banale, per cercare di andare oltre il trinomio “favelas-samba-saudade”. 

Ci sono riuscita solo in parte. Infatti, purtroppo,  spesso le esigenze di narrazione hanno finito per paralizzare ed irrigidire i racconti, negando loro quell’ampio respiro che parecchi spunti avrebbero meritato.

Sonhos roubados (Sogni rubati)” di Sandra Werneck è  tratto dal libro della giornalista Eliane Trindade “Le ragazze dietro l’angolo: diario di sogni, dolori e avventure di sei adolescenti del Brasile”. Lo spunto è buono:  l’intrecciarsi delle storie di tre ragazze, prostitute per necessità, per raccontare la vita delle famiglie a basso reddito brasiliane. Avrebbe potuto essere un’ottimo scorcio del Brasile povero visto dall’interno. Invece il film non sorprende, sembra non andare oltre determinate situazioni stereotipate anche per noi occidentali (gli stupri, la droga, l’aborto, la pedofilia). Più efficace quando cerca di mostrare il fallimento delle istituzioni, quando allarga l’obiettivo oltre le gambe delle ragazze, quando sottolinea il lirismo senza essere stucchevole, “Sonhos roubados” usa un surplus di violenza e sesso che a lungo andare lascia, purtroppo, indifferente anche lo spettatore più sensibile. Esattamente il contrario di quello che, credo, si proponesse di fare.

Do começo ao film (Dall’inizio alla fine)” di Aluizio Abranches è il classico film che non può non fare parlare di sé. Due fratelli (stessa madre ma padri diversi), crescono insieme, sono molto legati, anche troppo, finchè non scoprono di avere una reciproca attrazione. E’ incesto, dico io, e come direbbe il grande Eduardo, “c’è la parola, perché non la dobbiamo usare?”. Invece, guai a dirlo. Il film è tutto un susseguirsi di citazioni,  frasi poetiche,  che vorrebbero dare un significato “alto” all’opera ma non riescono davvero a coprire la mancanza di una caratterizzazione forte dei personaggi (assente anche nei protagonisti).  Tra uno Shakespeare e una masturbazione davanti al PC, “Do começo ao film” dà l’impressione che, al di là dell’incesto, delle scene di amore e sesso più o meno sublimate, non ci sia una trama che dia sostegno alle azioni dei protagonisti.

Viajo porque preciso, volto porque te amo (Viaggio perché devo, torno perché ti amo)” di Gomes e Ainouz: oltre il titolo, il nulla. Francamente, mi sento molto ignorante e deficiente ad affermarlo, visto che il film ha ricevuto numerosi premi ed è stato presente, tra l’altro, al Festival di Berlino,  ma tant’è.  A me la storia del geologo che fa un viaggio in autostrada ed è triste (saudade, saudade)  perché la moglie, biologa, l’ha lasciato, e che a un certo punto si mette con tutte le prostitute che incontra nei motel, non è piaciuto. Dovrebbe essere a metà tra un documentario e un road movie, con risvolti sociali (visto che il tizio viaggia per fare dei rilevamenti utili alla costruzione di un canale che distruggerà le case dei contadini e il paesaggio), ma all’ennesima cifra snocciolata dal nostro amico desidereresti che un camion lo prendesse frontalmente. Almeno per dare un brivido al film.

Os inquilinos (Gli inquilini)”, di Sergio Bianchi, ha un qualcosa in più. Gli inquilini del titolo sono tre giovani che si trasferiscono accanto alla casa del protagonista, un capofamiglia con una vita normale che cerca di portare avanti con dignità. Una vita che verrà stravolta dai nuovi arrivati, delinquenti che maltrattano il vecchio padrone di casa, trasportano mitra e portano donne a casa. Un film sulla violenza della porta accanto, attraversato da una sottile tensione psicologica che non si risolve neanche nel finale, una tensione mai snervante, a metà tra suspence e riflessione assorta, tipica dello stato d’assedio. Uno stato d’assedio quasi metafisico, verrebbe da dire. Perché nel tranquillo capofamiglia che lotta indeciso tra il sopportare gli inquilini o sporcarsi le mani con il loro sangue, rinnegando gli ideali di una vita, è facile identificarsi;  ed è questa la forza del film, essere ambientato nelle favelas ma potenzialmente possibile ovunque. Il dramma dell’uomo contemporaneo di fronte alla violenza.

Budapest” di Walter Carvalho, basato su un romanzo di Chico Buarque, è un film difficile. Ha quella difficoltà che appartiene alle sfide, prendere o lasciare. E’ un film sui linguaggi, ponte e barriera, sulla letteratura vissuta e pensata, su due popoli, quello brasiliano e quello ungherese, così vicini, così lontani (“noi ungheresi siamo i brasiliani dell’Est” dirà una delle protagoniste). Un ghostwriter atterra per sbaglio a  Budapest e decide di imparare quella lingua così misteriosa e affascinante. E’ l’inizio di un viaggio dialettico tra il sé e l’altro. Un viaggio raccontato con poesia, dove il binomio vivere-scrivere viene scandagliato in tutti i suoi molteplici (e talvolta opposti) significati senza mai diventare banale o melenso.  Un film che più che descrivere bisognerebbe vedere.

Besouro” di Joao Daniel Tikhomiroff è il film che ha vinto il Campus Gioventù Award.  E’ una maxiproduzione, piena di effetti speciali,  che mescola mito, rito, tematiche sociali, storia, danza. Brasile, 1920: Besouro è il nome di battaglia del protagonista, uno dei lavoratori neri sfruttati nelle piantagioni, che dopo aver imparato l’arte della Capoeira dal suo maestro, quando questi viene ucciso a tradimento decide di vendicarlo scatenando l’offensiva contro gli sfruttatori. Segue il ritiro nella giungla, l’iniziazione ai poteri da parte degli dei della natura, spettacolari sequenze di combattimento aereo (il coreografo è lo stesso di “Matrix” e “Kill Bill”). Un eroe che ancora oggi viene ricordato nei canti della Capoeira per un film godibile, per tutti, sicuramente molto adattabile al gusto occidentale. Che qualcuno lo abbia definito “lo Spider Man dei brasiliani” (giocando sul fatto che Besouro vuol dire scarafaggio) è un’altra storia.

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