Taormina film fest: la Spagna ospite d’onore

da strill.it

Lunedì 21 Giugno 2010 16:48

 La rassegna spagnola, che ho seguito per intero da giurata del Campus Gioventù  Award, avrebbe voluto cercare di dare un panorama più esaustivo possibile dello sconfinato universo cinematografico spagnolo.

Ha avuto il pregio di non affidarsi ai grandi nomi ma di cercare tra gli esordienti degli ultimi 5 anni e di presentare 3 film prodotti a Madrid e 3 a Barcellona per favorire la pluralità. Ma non so se sia davvero riuscita nel suo intento. L’impressione è che comunque, tranne rare eccezioni,  in questa rassegna abbia prevalso il genere drammatico, in tutte le salse. Ma entriamo nel dettaglio.

Castillos de cartón (Castelli di carta)” di Salvador Garcìa Ruiz, tratto dal romanzo di Almudena Grandes, narra del ménage di tre studenti dell’accademia di Belle Arti che instaurano questo triangolo di ossessiva e naif interdipendenza. “Noi non siamo normali, siamo artisti” e questo dovrebbe bastare secondo il regista e lo sceneggiatore a non approfondire il “come sono arrivati in camera da letto” e ad abbozzare appena la caratterizzazione dei personaggi .

La leyenda del tiempo (La leggenda del tempo)” di Isaki Lacuesta dovrebbe essere una docufiction ispirata dalla figura di Camarón de la Isla, uno dei più famosi cantanti di flamenco di sempre. Immagini di repertorio si alternano alle due storie protagoniste: un bambino gitano che non può più cantare perché in lutto dopo la morte del padre e una giapponese che si trasferisce sull’isola per cercare di affrontare così i sentimenti che le suscita la malattia di suo padre.  E’ così lento da non riuscire a seguirlo. Soporifero.

Lo que sé de Lola (Lola)” di Javier Rebollo non mi è piaciuto. Anche qui, mi sento molto ignorante, visto che è un film più che apprezzato dalla critica, ma tant’è. La storia del tizio alienato che bada a sua madre prima di arrostirle i piedi per sbaglio facendola morire e che trova conforto nello spiare e sorvegliare la vita della vicina di casa (la Lola del titolo), non mi è piaciuta. L’ho trovata parecchio cervellotica, altro che “commedia nera”, come viene definita. All’ennesimo conto della bolletta mnemonicamente ripetuto dal tizio, invocheresti per lui una morte violenta, altro che sua madre.

Azuloscurocasinegro (Bluscuroquasinero)” di Daniel Sànchez Arévalo è invece un bel film. Il colore del titolo è uno stato d’animo inafferrabile, un futuro incerto, un vestito nuovo che si vorrebbe ma non si può avere e che a volte occorre prendere con la forza. Il protagonista è bloccato: deve prendersi cura del padre,  paralizzato dopo un infarto, da cui ha ereditato un lavoro che odia, di portiere dello stabile;  il suo migliore amico non è da meno, imbrigliato in dinamiche familiari di cui non riesce a trovare il bandolo della matassa. La svolta avverrà, ma in modo sub-cosciente, quasi fossero gli eventi a muovere i personaggi e non viceversa. Il film si muove a metà tra fisica (problemi sociali, difficoltà relazionali) e metafisica (condizioni esistenziali, oggetti carichi di significati simbolici) a descrivere con il sorriso una crisi generazionale da cui forse si può ancora uscire.

Incoscientes” (“Inconsapevoli”, ma anche “Incoscienti”) di Joaquín Oristrell è stata la grande eccezione della rassegna. Non solo perché l’unica vera commedia in un mare più o meno profondo di lacrime, ma perché Commedia, che fa ridere proprio quando ci sarebbe da struggersi dal pianto!  Un famoso psicoanalista scappa di casa: sua moglie, incinta, è costretta a coinvolgere nelle ricerche il marito della sorella, segretamente innamorato di lei. E’ l’inizio di un viaggio, (scandito da 7 quadri principali, ognuno dei quali irresistibilmente titolato) alla scoperta dei segreti inconfessabili della famiglia, dove niente è come sembra e tutto è sottilmente collegato alla scienza del dottor Freud.  “Incoscientes” è magistralmente surreale e mai onirico, disseminato di pause piene come mine che fanno esplodere la risata proprio laddove è più forte il paradosso. Da non perdere.

53 días de invierno (53 giorni d’inverno)”  di Judith Colell è il vincitore del Campus  Gioventù Award. Un melodramma abbastanza ben strutturato: 3 solitudini in una Barcellona fredda e malinconica. C’è l’insegnante che dopo aver subito un’aggressione ha paura di ritornare in classe; c’è la figlia, violoncellista di talento innamorata del suo direttore e destinata alla delusione; c’è un uomo che non riesce a far quadrare i conti della propria famiglia sentendosi frustrato ed infelice. Eppure, la speranza fa capolino, lentamente, dopo aver lasciato scivolare i personaggi nell’abisso, come a dire che la primavera arriva sempre. A me è sembrato che fosse comunque drammaticamente fredda.

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