La mia umile risposta all’editoriale del prof. Panebianco sul Corriere.it del 10 luglio 2010

da www.strill.it

di Josephine Condemi – Angelo Panebianco è professore al’Università di Bologna, ha fatto un sacco di ricerca in America, etc. etc.

Scrive qualche editoriale sul “Corriere”. Ieri ho avuto occasione di leggerne uno, “Le tante bugie tra Nord e Sud”, occhiello “Vizi e pregiudizi contro lo sviluppo”.

Come me, migliaia di altri lettori di corriere.it, visto che l’articolo figurava il secondo più letto della giornata.

Ebbene, in quest’articolo, di fatto si cercava di smontare alcuni pregiudizi per superare la divisione Nord/Sud: per il Sud, quella della “teoria del colonialismo interno”,  contenente “qualche verità e molte bugie” (di più non si spiega) che avrebbe dato origine alla “sindrome da risarcimento che ha determinato un colossale trasferimento di risorse pubbliche da Nord a Sud”. Una sindrome che però “ha portato solo disastri” , e giù il solito elenco tra corruzione, parassitismo, burocrazia elefantiaca etc etc.

E il prof. si meraviglia come “nonostante ciò, la sindrome da risarcimento sono tuttora vive, influenzano i comportamenti di molti meridionali”.

Per il Nord, il prof. cerca di smontare il pregiudizio secondo il quale il Sud sarebbe solo una palla al piede per lo sviluppo poiché “è falso che il Nord non pagherebbe alti prezzi facendo a meno del Sud”. E continua, lapalissiano: “Quantomeno, amputata del Sud, l’Italia subirebbe un drastico declassamento in Europa, cesserebbe di essere uno dei 4 grandi stati europei”.

“E’ comunque ovvio che il Nord possiede le carte migliori. E’ un’asimmetria di cui le classi dirigenti del Mezzogiorno devono tenere conto.”

La soluzione? Il prof. propone due vie, o quella brasiliana (smettere di lagnarsi inaugurando vere politiche di sviluppo) o quella slovacca (dove, chiedi che ti chiedi, minacciarono la secessione, accolta dai cechi)

E, ovviamente, il prof. spera che si arrivi alla soluzione brasiliana (chissà perché, lo spiegherò più avanti).

Questo l’articolo. “La memoria è di parte, come è parziale lo sguardo su cui si fonda”, ha scritto Walter Barberis, su “Il bisogno di patria”…

Per rispondere al prof. Panebianco, mi servirò di alcuni dati e ricerche tratti dal libro “Terroni” di Pino Aprile.

Cominciamo dalla “teoria del colonialismo interno”:  noi italiani non sappiamo fare i conti con la nostra storia. E’ successo con il fascismo e il post-fascismo (quindi la Resistenza con tutti gli annessi e connessi), è successo con l’Unità d’Italia e il Risorgimento.

Ora, che ci piaccia o no, l’unità fu fatta ai danni delle regioni meridionali. Visto che la storia è scritta dai vincitori, non ci piace ricordare che nel periodo pre-unitario al Sud erano sviluppatissime le piantagioni di agrumi, baco da seta, ulivi, zucchero di canna, piantagioni che vennero spazzate via dopo l’Unità per una serie di interventi economici mirati a sostenere le industrie del Nord.

Non ci piace ricordare che esistevano nel periodo pre-unitario industrie anche al sud (in Calabria avevamo il centro siderurgico di Mongiana, apprezzato in tutto il mondo, fatto chiudere per poi fare costruire le acciaierie di Terni). Né ci piace ricordare come queste realtà industriali fallirono: per mancanza di commesse statali, perché ritenute “obsolete”…perché erano a Sud.

Non ci piace ricordare i massacri dell’esercito piemontese, venuto per la “liberazione”, e le fosse comuni che si scoprono (una, 24 metri per 12, sotto la scuola media di Gaeta) si fanno prontamente richiudere per non suscitare scandalo (in quel caso erano  già 2000 le salme riesumate).

Non ci piace ricordare che almeno 41 paesi furono distrutti (e non si sa quanti cancellati dalla carta geografica).

Non ci piace ricordare che quando l’esercito garibaldino si sciolse con la promessa dell’immissione nel reparto nazionale, solo i settentrionali furono ammessi, perché i meridionali erano “più interessati al bottino” (dopo che le scorrerie le avevano fatte tutti quanti).

Non ci piace ricordare che dopo la conquista, nella cassa comune della neonata Italia il Sud contribuì con il 60% dei soldi, la Lombardia con l’1e qualcosa, il  Piemonte con il 4%  e più della metà del debito complessivo….

Non ci piace ricordare che i piemontesi fecero leggi come considerare armi anche gli attrezzi da lavoro dei contadini, il divieto di prendere cibo dai paesi vicini, di andare nei boschi e di portare viveri fuori dalle mura del comune…e i contadini, con che “campavano”?

Non ci piace ricordare che il Banco di Napoli non potè espandersi nel resto d’Italia (al contrario della banche settentrionali), e che quando nacque la Banca d’Italia furono distribuite 20.000 azioni al Sud  contro le 280.000 al Nord.

Non ci piace ricordare. La “sindrome da risarcimento” di cui parla il prof., in realtà, è partita da Nord. Qui al Sud, non abbiamo più memoria. Non sappiamo cosa è successo. Ci hanno convinti di essere “da meno”, che tanto non cambierà mai niente, e ci siamo convinti.

E’  arrivata la Prima Guerra Mondiale, abbiamo dato il più alto contributo di sangue e incassato il 7,4% di spese per i rifornimenti alle forze armate contro il 92,6% del nord. E’ arrivato il fascismo,  c’è stata la bonifica delle paludi pontine per darle ai settentrionali, c’è stata l’imposizione di produrre grano che ha dato il colpo di grazia a qualsiasi tentativo di ricominciare a produrre altro. Dopo la seconda guerra mondiale, il Sud,  campo di battaglia dal ’43, non è stato ritenuto “consono ” perché troppo malridotto per investire i soldi del piano Marshall, (investiti al Nord, avrebbero reso di più e in minor tempo, e così è stato fatto)…. arriva  la diaspora emigratoria. E non ci piace ricordare quanto le rimesse degli emigrati meridionali abbiano fatto per l’economia del Paese (nonostante non avessero avuto nessuna agevolazione prima di partire).

Si è creata la Cassa del Mezzogiorno, la tanto vituperata Cassa del Mezzogiorno… si calcola che si sono spesi in quegli anni tra lo 0,5 e lo 0,7% del pil. Oggi, senza la Cassa, si spende in interventi per il Sud lo 0,8.  E cosa si costruiva di così “straordinario ” in quegli anni al Sud?  strade, acquedotti, reti elettriche, scuole, ospedali…

Perché, meno sussidi, strade, aeroporti, uguale: meno concorrenza al nord, che però deve impiegare i propri capitali all’estero (siamo il paese che paradossalmente esporta contemporaneamente manodopera e capitali).

La “sindrome da risarcimento”, in realtà, per volontà dei governanti, si è trasformata in sussidiarietà… durante la crisi petrolifera del ’73, si decise che i finanziamenti dovessero essere erogati, anziché agli investimenti industriali, come sostegno al reddito delle persone (era il periodo della ristrutturazione delle industrie). Da lì, l’incremento del debito pubblico,  con il Sud che continua a svolgere l’oramai atavico ruolo di “consumatore di beni” e il Nord che, come creditore dello Stato, incassa il 90% degli interessi.

E’ un problema di storia. E la storia, ripeto, è scritta dai vincitori.

Non è che, come scrive il prof., la “sindrome da risarcimento influenza i comportamenti dei meridionali”… noi non sappiamo nemmeno di dover essere risarciti!

Se qualcosa sta cambiando, è perché se da 15 anni, sempre più forte, si grida al “terrone inefficiente, viziato, sostenuto dallo Stato perché pigro o incapace di fare da sé”, allora qualche domanda qualcuno che non si ritiene così deficiente,  incomincia a porsela…

Per quanto riguarda i pregiudizi del Nord, mi sembra che il prof. sia un po’ più mellifluo… Dopo aver soltanto accennato alla falsità relativa alla diminuzione dei prezzi in una ipotetica secessione del Sud (perché in effetti ci sono a monte una serie di tecnicismi di natura economica), la perla di saggezza è che, tolto il Sud, si avrebbe meno territorio, quindi, meno (cosa? Prestigio? Potere?) rispetto alla altre nazioni in Europa.

Leggendo quel periodo, mi stavo sentendo male. Ecco perché, poi, la “sindrome da risarcimento”…altro che sindrome!!!! Se è solo perché siamo un “pezzo di terra in più” che dovremmo rimanere attaccati (anzi, che loro dovrebbero tollerarci), vuol dire che davvero non è cambiato niente da 150 anni, perché il messaggio non passa. Perché la storia è scritta dai vincitori. E il prof. (ho controllato dopo aver letto l’articolo) è di Bologna. “La dotta”, ma in Emilia Romagna (sono del Sud, ma un po’ di geografia la ricordo, poi c’è Internet….).

Questa “ovvietà” per cui il Nord possiede “ le carte migliori”, prendiamola come ovvietà, ma chiediamoci da dove venga, altrimenti si rischia davvero di cadere nel “non sono come noi” che è all’origine di ogni tipo di razzismo.

Per quanto riguarda le due soluzioni, ovvio che il prof. propenda per quella brasiliana! Se scegliessimo (ma è abbastanza utopica come soluzione, ed è volgare rispondere con la stessa moneta) quella slovacca, i “fratelli” del Nord perderebbero il “pezzo di terra” di cui sopra…

Senza considerare che questo “chiedere di più” francamente io non l’ho notato. Chiedere sempre di più a chi? Alle Ferrovie dello Stato che ci hanno completamente cancellato dal piano di infrastrutture? Al balletto di governi che annunciano e non realizzano?

Per fare industria al Sud oggi si deve pagare di più l’energia elettrica, perfino se prodotta in impianti del Sud (ma gli impianti si possano fermare senza preavviso per insufficienza della rete); si  deve accettare che il credito bancario sia del 30% in più con tempi di lavorazione più lenti e i mutui abbiano un sovrattasso di 3 punti; che collegamenti e trasporti incidano di più per arretratezza della rete viaria ed inesistenza di quella ferroviaria. E poi, solo poi, si aggiunge il pizzo (la mafia è complice e sodale di un sistema come questo, ma non è la madre di tutte le disgrazie del Sud, come vorrebbero farci credere per scaricarsi di dosso le responsabilità.)

Questo è proprio il punto. Al Sud abbiamo il 30% in meno di infrastrutture. Se chiediamo di essere messi al passo, chiediamo di più, perché siamo destinati al meno.

Meno male.

PS: l’articolo di Panebianco è scomparso oggi dalla homepage di corriere.it…si può trovarlo in “editoriali”….esigenze di redazione, sicuramente

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6 thoughts on “La mia umile risposta all’editoriale del prof. Panebianco sul Corriere.it del 10 luglio 2010

  1. complimenti, condivido tutto. Ho pubblicato questo posto anche nel mio blog.
    Inserirò Sguardi e prospettive tra i miei Blogroll. Saluti.
    Mimma Suraci
    mimmasuraci.wordpress.com

    • Grazie 1000…ho scritto quello che pensavo, tra l’indignazione e la voglia di fare passare un altro messaggio (anche se minore, ma penso che ognuno nel proprio piccolo possa fare qualcosa)…
      Inserirò “Il Sasso” tra i miei amici (non per cortesia formale ma perchè ritengo sia davvero un buon blog!)
      Mi auguro di vederti presto
      Josephine

  2. anch’io condivido tutto e mi permetto di aggiungere che non ci piace ricordrare di come l’intellettualità del sud trasferita al nord, per esigenze che tutti conosciamo, abbia contribuito a migliorare la qualità della vita del nord sul campo scientifico, tecnologico, formativo, ecc…

  3. Bravissima . Complimenti per le tue perle di saggezza!hai colpito nel segno.Le osservazioni tue possono essere solo condivise da tutti noi che apparteniamo al pezzo di terra in più.

    • Grazie, Prof. Consiglio di leggere “Terroni” di Pino Aprile, un libro che finalmente getta un po’ di luce sull’abisso della mistificazione storica dal Risorgimento ad oggi… Un abisso finora solo intuito e assolutamente vasto in larghezza e profondità…Un abbraccio

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