La mia intervista a Carolina De Robertis su strill.it

Carolina De Robertis: le analogie (più o meno) insospettabili tra l’Uruguay e la Calabria

da www.strill.it       (click here to see the English version)

Carolina De Robertis è vincitrice dell’edizione 2010 del Premio “F.Seminara-Selezione Opera Prima” con il romanzo “La bambina nata due volte”(Garzanti).  Dopo aver letto ed apprezzato il romanzo, vado ad incontrarla nell’hotel dove alloggia  per fare due chiacchiere.

Il titolo originale del tuo romanzo è “The invisible mountain” , mentre in italiano è “La bambina nata due volte”… visto che sei una pluripremiata traduttrice, hai partecipato alla traduzione italiana del titolo?

Pur essendo molto appassionata di traduzione, non ho partecipato alla traduzione italiana. Non sapevo il cambiamento di titolo finchè un mio amico non mi ha mandato una mail…E’ stata una bella sorpresa per me, perché mi piace molto questo titolo. Ci sono molte traduzioni (il romanzo è stato tradotto in 12 lingue, ndr)e molti titoli differenti per ogni lingua, ma penso che ognuno sia adatto al romanzo. Nel caso de “La bambina nata due volte”, il titolo si riferisce ovviamente alla prima protagonista, Pajarita, un personaggio leggendario nato una prima volta come tutti, poi scomparsa e ritrovata una seconda volta su un albero. Ma se si scava nel romanzo, tutte e tre le protagoniste sono nate due volte, la prima venendo al mondo e la seconda trovando se stesse.

Ho letto infatti le citazioni in esergo al tuo romanzo: una è proprio l’ “Inferno” di Dante… la “montagna invisibile”  è una sorta di Purgatorio che tutte le tue protagoniste, Pajarita, Eva e Salomé,  devono scalare per rinascere, o no?

Beh, il senso della citazione di Dante è “Perché tu ritorni quaggiù, perché non scali la montagna, che è la sorgente della felicità?”. Noi uomini cerchiamo sempre la felicità su questa terra piena di problemi, lotte, dolori e tutto il resto… La montagna può rappresentare i sogni che vogliamo raggiungere:  è invisibile, ma bisogna credere che ci sia. I miei personaggi cercano sempre di scalarla, nonostante tutto, ed è come rinascere.

Ho letto che sei impegnata di un’associazione che difende i diritti delle donne…puoi spiegarci la tua attività e la tua esperienza?

Per sei anni ho lavorato come consulente in un centro per persone, per lo più donne, stuprate, e ho cercato   di creare un gruppo solo per donne sudamericane, che parlano quindi spagnolo. Questo perché io vivo in California, dove ci sono molti immigrati che parlano solo spagnolo e non inglese. Poiché sono molto poveri, e discriminati, è molto difficile per loro trovare servizi così mi sono data da fare per creare un servizio di consulenza per donne latinoamericane in California. Ho ascoltato più di un migliaio di persone, con le loro esperienze di stupri, pedofilia, eccetera: ascoltando le loro storie ho potuto constatare e sentire di persona le cose peggiori che le donne possano subire ma anche la loro incredibile forza interiore. Sento che le persone che ho ascoltato mi hanno insegnato molto sull’animo umano. Quello che mi hanno insegnato è stato molto importante per me come scrittrice e quindi per il libro che ho scritto.

Cosa ne pensi della nomination argentina delle donne di Plaza de Majo al Nobel per la pace?

Penso che sia fantastico e che davvero se lo meritino. Sono molto felice che adesso le donne di Plaza de Majo siano conosciutissime ed ispirino molti gruppi in tutto il mondo. Tutti ricordiamo che quando hanno cominciato in Argentina c’era la dittatura, ed è stato incredibilmente pericoloso per loro che siano andate in piazza a protestare. Tutti dicevano: queste donne di mezza età sono pazze, stupide. E noi abbiamo il dovere di ricordare che erano veramente delle outsiders, così coraggiose. Il mio secondo libro sarà infatti  sui desaparecidos argentini e sulle nonne di Plaza de Majo che cercano sia gli uomini che hanno messo incinte donne poi scomparse sia i bambini nati in prigionia in Argentina e poi rubati. Questo è il mio progetto per ora, ho fatto delle ricerche proprio su Plaza de Majo…e penso che la nomination sua fantastica!

La montagna. Sono rimasta davvero colpita dal riferimento a questa figura poiché la montagna forma anche il nome di Montevideo, la capitale dell’Argentina, in una sorta di connessione tra i personaggi e i luoghi…è così?

Sì, è proprio vero. Infatti il titolo in inglese è anche un omaggio a Montevideo, perché in realtà la montagna da cui prende il nome la città non esiste, è poco più di una collina. “Monte vide eu” è diventato un modo di dire scherzoso in tutto l’Uruguay. Tutti dicono: “Monte vide eu,  ma non abbiamo montagne” . Questo modo di dire è un po’ il simbolo di come gli uruguagi percepiscano se stessi, di come cioè si sentano invisibili. Rispetto infatti ai grandi paesi confinanti come il Brasile, l’Argentina,  noi siamo così piccoli, nessuno ci vede, tutti si dimenticano di noi, abbiamo un sacco di storia ma nessuno la conosce. “La montagna invisibile” è anche nella cultura, anzi mi sento proprio di dire che è la cultura uruguagia. Così il romanzo è anche la mia canzone d’amore all’Uruguay.

Puoi spiegare le tue origini italiane?

Dei miei otto bisnonni, cinque erano italiani. Settentrionali per parte di madre e meridionali per quella di padre. Alcuni sono emigrati in Uruguay,  altri in Argentina. Io sono nata in Inghilterra perché i miei si sono trasferiti quando mia madre era incinta. Ora io abito a S.Francisco e loro a Los Angeles, dall’altra parte della California. Anche noi abbiamo il nord e il sud e sono molto differenti.

Cosa ne pensi appunto di questa differenza tra nord e sud, estesa anche agli stati americani?Parlaci se puoi soprattutto della mentalità, del modo di vivere delle persone…

E’ una bella domanda, potrei scrivere su un altro libro! Ci sono tantissime differenze. Quando sono andata a trovare la mia famiglia in Uruguay è stato come andare alle mie radici, tornare a casa. Per esempio, la percezione del tempo: le persone non sono mai di corsa in Uruguay, è un po’ come in Italia, uno stile di vita più mediterraneo. E’ una generalizzazione, ma spesso i sudamericani sono più rilassati: i pranzi sono molto più lungi, si sta insieme e si chiacchiera; negli Stati Uniti invece,  tutti si muovono molto velocemente, le persone hanno un quarto d’ora e poi devono correre da un’altra parte. Quando torno da qualunque parte dell’Uruguay negli Stati Uniti, rimango sempre scioccata da quanto velocemente si muovano le persone. Anche il senso della famiglia è molto diverso tra Nord e Sud:  i legami con la famiglia sono molto più profondi in Sudamerica, mentre negli Stati Uniti c’è spesso una cultura dell’oblio rispetto alla storia. La persone non hanno il senso della storia: ad esempio non conoscono i nomi dei loro bisnonni… è molto raro che qualcuno li sappia. Invece in Sudamerica raccontano la storia della famiglia, ci tengono.  Perciò quando ho dovuto scrivere il libro ci ho tenuto ad andare in Sudamerica, andare alle mie radici.

Pensi ci sia un’analogia tra il Sudamerica e il Sud Italia in questo?  Non solo per il modo di vivere, ma anche per la relazione con la storia? Anche qui infatti c’è un grande senso della famiglia, molte persone conoscono i nomi dei loro bisnonni ma, come l’Uruguay, probabilmente non sappiamo esportare la nostra cultura, la nostra storia..

Sì, in effetti qualcuno dovrebbe scrivere un libro su tre generazioni di Reggio Calabria!

Ultima domanda: qual è stata la tua prima impressione arrivando in città?

Splendida, assolutamente splendida. Sono rimasta molto colpita dalla generosità e dal calore della gente: già quando sono arrivata in aeroporto c’era un gruppo di persone ad attendermi, e non succede dovunque, è stato una specie di benvenuto familiare. Inoltre penso sia davvero fantastico che il Rhegium Julii abbia creato questo premio (il Seminara, ndr),  e quindi questa opportunità non solo per gli scrittori emergenti ma anche per i lettori di approcciarsi ai libri. E poi sono rimasta molto ispirata dalla bellezza di Reggio Calabria; la città mi ricorda molto Montevideo, così,  è un po’ come essere a casa.

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