Leonora Sartori: i confini incerti della notizia, tra giornalismo, politica e letteratura

da www.strill.it

Leonora Sartori con “La forma incerta dei sogni” è una delle vincitrici del Premio Seminara-Selezione Opera Prima”. Dopo avere letto e presentato il libro, è il momento di porle delle domande.

Un primo libro sul Sudafrica e sull’apartheid dal titolo “La forma incerta dei sogni”. L’hai scelto tu?

Il titolo in realtà mi è stato proposto dalla casa editrice. Io ero in vera difficoltà a trovarne uno, perché per me da quando la storia è nata era sempre stato “Sharpeville”. Non che pensassi a quello come titolo, ma avevo “battezzato” il libro così. Poi, ovviamente, capivo che per il pubblico italiano sarebbe stato un po’ criptico. Personalmente, fosse stato per me, avrei lasciato anche quel titolo lì, anche se rimaneva misterioso, proprio perché questa città del Sudafrica, questa township, è un po’ lo snodo delle vicende che racconto, anche in relazione al nome che ha. Sharpeville probabilmente deriva dal nome di qualche generale fondatore, ma “Sharp!” è un modo che hanno gli abitanti di salutarsi, con il pollice alzato, che è un po’ un modo augurale, come dire “che ti vada tutto bene”. Il titolo “La forma incerta dei sogni” funziona bene per alcune cose. Io forse che sono un po’ meno romantica ho avuto qualche difficoltà con la parola “sogni” che consideravo un po’ troppo femminile, morbida, però poi ho scoperto che ci sono dei veri fan di questo titolo, che come tutte le cose incontra qualcuno e non incontra altri. Però il fatto che si parli appunto di questa “forma incerta” va bene.

Anche perché, tornando proprio a Sharpeville, sia la città che la vicenda dei sei non è stata mai approfondita abbastanza in Italia. Ho trovato qualche articoletto d’annata ma non c’è stato finora mai nessuno che sia andato ad informarsi veramente su questa storia che va anche oltre i confini dell’apartheid e che è una storia diversa rispetto a quelle che siamo abituati a raccontare. Secondo te come mai?

 Il caso dei sei di Sharpeville ha avuto abbastanza riscontro nel mondo anglosassone e da noi solo come eco. Probabilmente sia perché loro hanno una tradizione di attivismo sociale forse più radicata, anche nei confronti della lotta contro l’apartheid, sia perché l’avvocato dei sei di Sharpeville che ha seguito la causa, era di origini indiane ma aveva ricevuto un’istruzione anglosassone quindi probabilmente c’è un legame più forte con quel paese. Non credi quindi che sia stata una disattenzione dei nostri media? Beh, allora, io credo sia stata una disattenzione come però ce ne sono allora diecimila. E’ difficile dire perché su cento situazioni simili nel mondo ce ne sia una che poi esplode e diventa esemplare….perchè magari aveva un portavoce particolare? perché magari la storia era un po’ più giovane? un po’ più carina? un po’ più triste? Non lo so, ci sono dei motivi simili a quelli per cui a volte un film va bene e un altro no…E’ strano il perché a volte le persone prestino improvvisamente attenzione a dei casi e non ad altri, ma questo succede sempre nel mondo della notizia: per Haiti magari parte subito la rete di soccorsi, per il Pakistan che sono milioni di persone sotto l’acqua non parte niente o molto poco…forse perchè ci sono dei paesi che ci stanno più simpatici ed altri meno. E’ chiaro, ognuno vuole identificarsi: quando si dà qualcosa si riceve in realtà una gratificazione personale. Nessuno fa niente per niente però questo bisogna saperlo utilizzare per puntare sulle cose giuste.

Ad un certo punto del libro, la protagonista dice di doversi improvvisare detective per capire se può o meno raccogliere il testimone della generazione precedente…tu senti di avere raccolto questo testimone e in che modo?

Quel punto del libro è un momento di svolta perché è il momento in cui la protagonista si chiede in qualche modo se sia diventata abbastanza grande per poter vedere le cose con i propri occhi e quindi cercare il proprio punto di vista sul mondo. E’ proprio una sorta di metafora di forza, vedere se si hanno “i muscoli” abbastanza forti per andare a cercare le cose a modo proprio. Leo, la protagonista, al termine del viaggio trova cose diverse rispetto a quello che si aspettavano i genitori, diverse perché cercate con il modo di una generazione appunto meno ideologizzata ma più alla ricerca del “lato umano” delle persone. Detto questo, parlando di generazioni si fa sempre gran confusione, come se ci fossero generazioni che sono in un modo e quelle che sono in un altro, e si entra in un terreno veramente scivoloso, tutte le frasi sui giovani di oggi ne sono un esempio. Viviamo in un mondo che è cambiato molto, ma l’importanza della scelta di Leo è comunque quella di decidere di mettersi almeno in ascolto, di andare alla ricerca, di avere la curiosità di vedere che cosa in effetti avevano da dire quei sei. Ecco, la curiosità, quella è una cosa che andrebbe coltivata. Poi ognuno trova quello che vuole, però almeno la curiosità di chiedersi cosa pensavano è già una grande differenza, anche perché la maggioranza delle persone magari non se lo chiede. L’ideologia nasce proprio certe volte dal fatto di non chiedersi in effetti che cosa ci sta dietro.

Però talvolta l’ideologia fornisce anche delle risposte già fatte…

Facili, sì, infatti la mia protagonista avendo un pochino di nausea rispetto alle cose prestabilite e un po’ gridate, fa a modo suo perché probabilmente ne aveva bisogno, oltre che per differenziarsi, anche per dare valore al lavoro dei genitori. C’è veramente molta fatica ad organizzare manifestazioni, non solo per l’impegno per il materiale da raccogliere e le cose effettive da fare, ma per il peso di sapere che le cose non vanno comunque nel modo giusto. E questo è un peso che non so se valga la pena prenderselo, perché è pesante, e soprattutto oggi hai proprio la sensazione di non potere fare veramente molto. Forse la generazione precedente in quel momento è riuscita a farlo perchè i casi che avevano davanti erano dieci, non mille. Adesso ne conosci talmente tanti che hai questo senso di impotenza che ti porta a pensare: “Forse non ce la faccio fisicamente”. Però già il sapere è già molto.

Quindi, passando dall’attivismo politico a quello letterario, tu sei tra quelli che pensano che i libri possano cambiare il mondo o sei più cinica da questo punto di vista?

Io tendo a non generalizzare. I libri con me hanno avuto molta fortuna, anche i libri più inaspettati. Sicuramente la vita delle persone dovrebbe essere in ascolto per essere cambiata, però questo può succedere nei modi più inattesi, può essere un libro impegnato ma anche leggere un fumetto può far venire un’intuizione. Non credo nella differenza tra letteratura alta e popolare, credo che il cambiamento sia soprattutto personale: se uno sta cercando, qualcosa trova. Non sono gli altri a darti una risposta, sei tu che in qualche modo crei il tuo puzzle personale. Detto questo, non credo che i libri cambino il mondo ma possono cambiare piccole parti di una vita, questo sì. E il cambio di prospettive è già tantissimo.

Il tuo prossimo romanzo?

Sarà molto più fiction-oriented, al contrario del primo che aveva una forte base autobiografica. Avrà comunque uno sfondo storico importante e si parlerà anche qui di un viaggio, perché almeno per me i viaggi sono forti momenti catartici, di crescita: da un viaggio non si ritorna mai uguali rispetto a quando si è partiti. E sarà un viaggio con due personaggi generazionalmente diversi e lontani. Questa è l’idea, vedremo un po’ cosa succederà.

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