Un noir filosofico e non solo: “Non c’è più tempo” di Sergio Givone

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Il testo che segue è tratto dal mio invito alla lettura distribuito durante l’incontro con l’autore ai Caffè Letterari del Rhegium Julii il 5 agosto 2008.

“Che ore sono?” Venturino Filisdei non porta l’orologio, eppure, o forse proprio per questo, la sua apparente indifferenza nei confronti del tempo è, in realtà, ossessione compulsiva, ricerca spasmodica di sapere, ora, subito, quanto è passato e quanto lo attende, ora che tutto torna a scorrere, mentre incalza la propria personale apocalisse…

Perché sono rivelazione e giudizio quelli che oscillano sul capo dello gnostico, cervellotico e paraplegico (per caso? per scelta?) architetto Filistei, chiamato in un’oscura notte del 1981 a incontrarsi con il suo rinnegato figlio presso l’Antica Manifattura Tabacchi, luogo d’ombre e di misteri, dove si agitano acque malsane, dove gli incubi personali prendono forma e s’intrecciano con altre storie, con la Storia…un Inferno insieme metafisico e reale, in cui Filisdei scopre ad attenderlo una banda armata, composita, ambigua e perciò maledettamente affascinante, che si ricompone (ma ha un ordine?) poco alla volta, comparendo quasi oniricamente quando il nostro meno se l’aspetta; ognuno dei componenti ha un nome che è una scelta, un simbolo ed una condanna insieme, perché questa banda che lo tiene in trappola è essa stessa vincolata a leggi spietate, immutabili, a patti in cui si legano amore e morte.

“Il tempo non ci sarà più” è scritto nell’Apocalisse di Giovanni, perché Dio rivelerà il senso del tempo…e se non ci fosse che il niente? se è verso il niente che sta per correre l’architetto, quel nulla in cui crede fermamente, così tanto da edificarci su l’intera sua esistenza?  Ma possiamo in nome di questo nulla non confrontarci mai con la sofferenza inflitta ad altri?  Perché “Il maestro della fine ha fatto un figlio”… e con lui e con la propria apocalisse dovrà fare i conti.

Sergio Givone scrive un romanzo quanto mai affascinante, in cui l’impianto noir è magistralmente funzionale alla dimensione metafisico-esistenziale che, intrecciandosi con quella storico-politica, dà il respiro a tutta l’opera. Puntuali quanto basta le descrizioni, in cui l’accuratezza dei dettagli è mista ad una profondità evocativa che aumenta il senso del mistero e la suspence.

Molteplici i livelli di lettura, come nella migliore tradizione filosofica, in cui il forte substrato culturale permette agli interrogativi di dialogare tra passato e presente e al lettore più smaliziato di cogliere i tanti riferimenti che arricchiscono il racconto.

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