Italo Calvino: tributo ad un maestro

da www.strill.it

Domenica 19 Settembre 2010 21:52

di Josephine Condemi – Venticinque anni fa, a Siena, moriva Italo Calvino, all’età di 62 anni. Chi era Italo Calvino? Molti non lo conoscono (è morto da troppo poco, suvvia!), altri lo confondono con Giovanni, l’ispiratore del Calvinismo.  

Quelli della mia generazione (anni 90) lo collegano, a volte, a “Il Barone rampante”,  il testo che per la maggiore si fa studiare a scuola, ma di fretta, in quinto, che già l’anno scolastico è finito e bisogna prepararsi agli esami di stato (infatti molti non ci arrivano neanche col programma, ma questa è, forse, un’altra storia).

Il mio “incontro” con Calvino è avvenuto invece proprio sui banchi di scuola, con “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. E mi si è aperto un mondo. Si parla spesso (sempre tra gli addetti ai lavori!!!!!) del “primo Calvino”, quello neorealista de “Il sentiero dei nidi di ragno”, quello della Resistenza, dell’impegno etc etc, si guarda al periodo “fantastico” (quello della trilogia cui appartiene il suddetto “Barone rampante”) sempre in relazione all’ “impegno” e si “snobba” abbastanza  il “secondo Calvino”, quello del periodo “combinatorio”, “bollato” come una serie di “esercizi di stile” di un intellettuale che per un mondo ormai in crisi aveva perso la sua funzione “civile” e non si spingeva a dare risposte, rimanendo “sulla soglia”  (v. uno degli ultimi articoli di Belpolito su “La Stampa”).

Il problema è che per Calvino più che per altri è pressoché impossibile, a mio avviso, parlare di “periodi”. Proprio perché lo stesso autore si dedicava a più “filoni” contemporaneamente (così che nel ’67 pubblica gli “Appunti sulla narrativa come processo combinatorio” e l’anno successivo “Ti con zero”, appartenente al periodo “fantastico”) e fino all’ultimo rivedeva, aggiustava, correggeva le riedizioni delle sue opere, integrando le parti scritte successivamente (è il caso de “Le cosmicomiche”).

Se però dobbiamo “stare” a queste terminologie accademiche, io credo (al contrario di molta critica attuale) che il Calvino che ha più da dire ai ventenni di oggi e di domani è proprio quello del periodo “combinatorio” e “fantastico”.  Proprio in quest’ordine.  Proprio perchè la dimensione prevalente in questi due “periodi” è il gioco. Il gioco inteso come collaborazione tra autore e lettore, sempre più parte attiva nel testo. Un gioco che si fa esplicito proprio in “Se una notte d’inverno un viaggiatore” ma che è presente in tutta la produzione combinatoria e fantastica, con tutta una serie di allusioni che strizzano l’occhio al lettore più attento e di-vertono per tornare al punto in maniera più mirata.

Un gioco “serio”, che parte da tutta una serie di considerazioni di carattere epistemologico e filosofico (oltre che storico-letterario), di una “crisi” che può diventare un’opportunità (una delle formulazioni più complete si ha ne “La sfida al labirinto” e ne “Le città invisibili”).

Un gioco che parte proprio dal “mettersi in gioco”… Se la “definizione è un confine”, come ha scritto Gentile, poiché circoscrive solo la parte che si prende in esame e lascia in ombra il resto (e tuttavia, aggiungiamo noi, è necessaria per una qualsiasi descrizione, insomma, per metterci d’accordo momentaneamente su ciò di cui parliamo), Italo Calvino lo sapeva e infatti oscillava continuamente tra “Il cristallo e la fiamma” (uno dei suoi saggi più affascinanti) tra la regolarità e lo scarto, l’invarianza e il mutamento, tra la sua anima “scientifica” e quella “umanistica”.

Un gioco che si proponeva, a dire dello stesso Calvino, come una metafora del vivere (memorabile la sua rilettura de “L’Orlando furioso” dell’Ariosto, con tutti che cercano tutto e trovano quello che non cercavano!).

Leggerezza (come “alleggerimento” della cultura da orpelli inutili), Rapidità (continuità e discontinuità del ritmo narrativo), Esattezza (come limite che tende all’infinito), Visibilità (immagine mentale tramutata in parola), Molteplicità (rete, enciclopedia “aperta”), e “Coerenza” (o “Consistenza”?): questi le sue sei proposte per il Terzo Millennio, che avrebbe dovuto esporre ad Harvard in una lezione magistrale (prima di lui, solo Eliot, Stravinsky, Borges, Frye, Paz).

Sono diventate il suo testamento, la lezione di un maestro che ha ancora molto da insegnarci.

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