Cos’è il vuoto? Continua, a cascata, il dibattito sul Sole

La Battocletti prende ancora spunto dall’articolo di Raimo per proporre oggi una nuova riflessione: cos’è il vuoto? cosa ce lo ricorda?

Il vuoto per me è una condizione di “svuotamento”, di momentaneo esaurimento delle forze, di apatia, di perdita di senso, di nausea quasi, che costringe a rimettersi in gioco, analizzando cosa si sta facendo, perchè, se ne vale la pena.

E’ una condizione essenziale per ritrovare le motivazioni e ripartire, aggiustando il tiro se qualcosa non ci va più bene…

Il “senso di vuoto” è particolarmente avvertito nelle epoche di transizione: a me viene sempre in mente il 1600 (epoca che sento particolarmente vicina alla nostra), con il barocco e il rococò a sopperire quell’ “horror vacui” imperante e sempre più diffuso dopo la rivoluzione scientifica, con Bruno e Pascal a mostrare le due facce della stessa medaglia: il primo, entusiasta degli “infiniti mondi” che si aprivano alla scoperta di non essere al centro dell’universo; il secondo, terrorizzato da quella stessa idea, partiva dalla paura del vuoto per arrivare alla paura del nulla con il famoso “pensiero” (“l’uomo è nulla di fronte al tutto” etc etc )…

Torno ancora all’esempio del 1600, allo spaesamento di fronte all’immenso cosmo che si apriva intorno alla terra, perchè penso che da lì il vuoto si colleghi all’idea di vertigine (“la vertigine non è/paura di cadere/ma voglia di volare” canta Jovanotti), la sensazione di non equilibrio dovuta ad un mutamento da riassorbire.

Il vuoto è il segnale della discontinuità rispetto al passato: qualcosa è successo, bisogna trovare un nuovo equilibrio.

L’etimologia della parola ci dà uno spunto in più: il dizionario in mio possesso alla voce “vuoto”, lo fa derivare da vo(c)ĭtus, p.pass. di vocēre, forma parallela a vacēre, verbo di stato corrispondente al class. vacare, “essere libero”!

“L’uomo è condannato a scegliere” avrebbe detto Sartre. E a dare un senso alle proprie scelte, aggiungiamo (in maniera forse superflua?) noi. Riempiendo il vuoto, fenomeno irriducibilemente legato alla libertà, riadattandosi ai mutamenti, voluti e imposti e, proprio grazie alla libertà, imparando a volare.

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6 thoughts on “Cos’è il vuoto? Continua, a cascata, il dibattito sul Sole

  1. il vuoto, dal mio punto di vista, è una condizione mentale creata dall’uomo nata dalle proprie paure. Il vuoto in realtà non esiste, neanche l’universo è vuoto, ma costituito da tante piccole particelle. Anche Aristotele affermava che “la natura elimina il vuoto”. Siamo noi, la nostra mente che “gioca” a farci vivere “momentanee condizioni di svuotamento” citando le tue parole.
    Concordo inoltre con te, riguardo al fatto che questa condizione sia necessaria per “ritrovare le motivazioni e ripartire”.

  2. vuoto,una parola che nel corso dei secoli è risuonata spesso,alcune volte per indicare qualvhe concetto astruso che poi in poche parole si riduceva nel semplice silenzio in attesa di un momento di verità,altre volte venne visto come un desiderio capace di provocare una pulsionetendente a quello che schopenhauer chiamava”noumeno”.
    Samuel Beckett c’è ne parla definendolo “empty spaces” per suggerire un momento di meditazione,quella consapevolezza che gli uomini sono in grado di trovare come scopo essenziale nelle loro azioni.In Waiting for Godot l insieme delle azione è basata sull’assenza,le azioni degli uomini nn hanno significato.
    E’ vero che l uomo è condannato a scegliere…io molte volte tengo piu a immaginare che l uomo ha nel suo animo delle “preferenze” che lo accompagnano nel corso della sua vita portandolo a scegliere una cosa piu che un’altra e il vuoto è quell’occasione che ti fa entrare in contatto con una realtà diversa,almeno secondo i pittori metafisici come De Chirico. Riempiamo il vuoto di occasioni uniche cercando di nn ripetere gli errori gia commessi. ciaoooo:)

  3. Potrebbe anche essere una condizione derivata dal crollo dei propri punti di riferimento (siano essi persone o princìpi o ideali o speranza in cui abbiamo riposto fiducia)?

  4. Dato il momento “ossianico” che vivo, il vuoto è legato all’incertezza di questa situazione, incertezza che, a sua volta, non è legata alla paura delle novità (che mi sono sempre piaciute)ma all’assenza di un appiglio sicuro, di una linea (che al momento non è) chiara e definita su cui fare “appoggiare” i miei progetti. Ecco che tutto mi sembra crollare, il mio “castello” di certezze si sfalda .. ma si sfalda non perchè è una fase di transizione ma perchè temo di cadere e di non riuscire a volare nella direzione che desidero..
    Di qui la mia (spero temporanea) apatia…

  5. Secondo me esistono due tipi di vuoto: il primo è di tipo ontologico-filosofico-matematico e coincide con l’Assenza, il Nulla, la Non esistenza; questa tipologia di vuoto è ovviamente una categoria formale che può esistere solo in contesti puramente teorici e razionali.

    L’altra tipologia, ordinaria nella vita di tutti i giorni, si traduce non nella totale
    assenza – che non sarebbe possibile nel mondo reale – , ma bensì con la presenza di una serie di elementi frammentari, confusi, incapaci di produrre qualcosa.

  6. Io credo che il vuoto sia semplicemente un punto di partenza.
    Sia che si tratti di una condizione provocata dal dissolvimento di qualcosa che c’era in precedenza, sia che si tratti di un vero e proprio inizio.
    Dal vuoto, infatti, può nascere uno o più dei mille mondi possibili, per ciascuno di noi. La percezione del vuoto credo sia profondamente legata alla visione che si ha della vita e del corso degli eventi: può essere dissoluzione, ma può essere anche una potenza che si traduce in divenire.
    Una stanza vuota: è da riempire. Nel vuoto? C’è comunque aria, fondamentale alla vita.
    Credo sia come l’idea (e per alcuni timore) del foglio bianco: non è assenza di concetto, ma possibilità di racchiudere qualunque concetto, potenzialmente anche tutto lo scibile umano….. e così il vuoto: uno spazio da riempire.
    Se non ci fosse il vuoto, non ci sarebbero le miriadi di possibilità di scelta e di evoluzione e qui mi riallaccio a quello che diceva Josephine: una prerogativa alla ricostruzione e alla creazione di un nuovo equilibrio.

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