Il potere della parola: Vincenzo Pirrotta e “La ballata delle balàte”

da www.strill.it

di Josephine Condemi – La “balàta” in siciliano è la lastra di pietra o di marmo che chiude l’ingresso di una tomba. E’ sulla “balàta” che in genere sta scritto il nome del defunto.

Pirrotta sceglie di fare “ballare le balàte” con un puparo d’eccezione: chi ha fatto sì che le “balàte” in questione esistessero. Un personaggio chiuso come “nu cunigghiu nti la tana” (suggerisce la musica iniziale), che entrando in scena indossa il suo habitus: una corona di spine in testa, una spilla di una confraternita appuntata al vestito, un cappio intorno al collo, la corona del rosario in mano. E comincia ad alternare con sguardo allucinato i Misteri dolorosi, relativi alla Passione di Cristo, con quelli gioiosi, ad esempio, “u sangu chi ghittaru do cori Impastatu, Dalla Chiesa e Giulianu”…

Santi tutti di Dio pregate per noi…. Salvatore Carnevale morto per noi, Pio La Torre morto per noi, voi tutti sindacalisti” (ma anche politici, poliziotti e giornalisti) “scantàtevi di noi…”
I nomi sulle balàte cominciano così a danzare, e ne vengono citati tanti, tanti, dalla voce e la mimica potente di Pirrotta che segue e/o accompagna l’incalzare della musica, come un aedo che richiama continuamente i “ritornelli” della sua canzone per non farli dimenticare.

Il personaggio in questione prega, prega tanto e fa ammazzare, ammazzare tanto. Ricorda che gli è sempre piaciuta di più la Passione della Pasqua, per la processione delle “varette” e  “i confratelli dell’opera santa” che aiutavano a stendere il velo su quel corpo martoriato. “U Signoruzzu non si lo meritava”, “mu mangiu a muzzicuni cui ti cumbinau cusì”… “A mia mi piaci u sangu, no, chiddu du signuri no,non è giustu, ma chiddu chi fazzu scurriri ieu…pirchi ‘nta ddi momenti ti senti dio, ti avvicini a dio, e pensi sempre lì, a quell’attimo, quando ti imploravano pietà”…

Già il sangue…  “E l’acqua del Nilo si trasformerà in sangue..in Egitto ci fu sangue dappertutto”, “a mmia mi piaci u sangu, l’acidu è pi muffusi, non c’è poesia”…

In un delirio tra misticismo e violenza scopriamo il personaggio che si racconta, legge le lettere della moglie (“ognuno deve portare la sua croce, per te è la solitudine…stai pregando per noi? Noi per te preghiamo sempre”), ricorda i momenti salienti della sua vita.

Qui questa  pseudo-sinossi deve necessariamente fermarsi, perché mai quanto nel teatro vige lo scarto tra l’atto performativo e il racconto dello stesso.

Ciò che più colpisce nel caso di Pirrotta è questa sua capacità di trascinare ed evocare attraverso il discorso musicale eventi, persone, luoghi e situazioni che da fantasmi si materializzano sul palcoscenico, senza bisogno di effetti speciali ma con la forza della parola. Un aedo  contemporaneo che dalla tradizione dei “cuntisti” da cui proviene riesce a cantare le “gesta” degli antieroi con un’articolata caratterizzazione antro-psicologica, in un chiaroscuro a tinte forti dove spicca più forte la voce della denuncia.

Un esempio di teatro Popolare, capace di parlare a tutti e a più livelli. Finalmente.

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