Marta Morazzoni: “Vi svelo i meccanismi della narrazione”

da www.strill.it

di Josephine Condemi – Marta Morazzoni ha vinto il premio “Rhegium Julii” per la narrativa, intitolato a Corrado Alvaro,  con il romanzo “La nota segreta”, storia ambientata a fine ‘700 che narra le vicende della contessa Paola Pietra, dalla monacazione forzata ad un diverso finale. A Messina, dove ha appena tenuto un incontro con gli studenti della facoltà di Lettere, abbiamo fatto quattro chiacchiere prima di riattraversare lo Stretto.

Qual è  “La nota segreta” che dà il titolo al romanzo?
Il titolo non l’ho dato io, l’ha dato il mio editore che aveva il colpo d’occhio su cosa sarebbe stato più solleticante per il lettore…  Per me, “La nota segreta” è quella che, cantata da Paola, scardina il suo rapporto con un mondo chiuso, le apre le porte di un’ altra realtà e soprattutto la rende riconoscibile a chi dall’altra parte della grata (essendo lei una monaca) raccoglie questa nota e ne fa davvero una parte nuova di vita.

Uno dei grandi temi è il confronto tra la rappresentazione liturgica e la rappresentazione teatrale…cosa sta dietro questo paragone?
La rappresentazione liturgica, il tema liturgico ha in sé tutta la rigidezza del rito, della celebrazione, dell’atteggiamento di soggezione verso il divino; nella dimensione del teatro (verso cui tra l’altro Paola si espone), c’è anche la voglia della ricerca dell’umano… La sintesi tra le due cose sarebbe l’elemento del compimento totale. Lo vediamo bene nello “Stabat Mater”:  da un lato c’è davvero la dimensione religiosa (d’altronde è stato scritto per sottolineare un momento ecclesiastico) ma d’altro canto come tutta la musica ha in sé una fortissima componente sensuale,  e la sensualità è anche l’elemento che assicura la continuità della vita….La sintesi dei due aspetti sarebbe il massimo,  ma di fatto nel romanzo non è praticamente possibile perché esiste una forte antitesi tra la dimensione liturgica e la dimensione sensuale, teatrale…

Quindi perché la centralità dello “Stabat mater” di Pergolesi nel romanzo?
Intanto perché la sua opera si attagliava perfettamente ai tempi narrativi, e poi perché  è un’opera dalla  duplice valenza: c’è il rito religioso cantato e c’è dentro l’elemento della musica che diventa totalmente coinvolgente…La musica è anche corpo, non è solo anima, e che le due cose vivano insieme è l’elemento che le dà forza…

In una delle tante parentesi aperte dal narratore per dialogare col lettore, leggiamo: “di un romanzo a volte mi secca l’ovvietà”…
L’ho scritto perché ci sono delle parti che rendono la narrazione un momento ovvio (“cosi si fa”, “così si racconta”  e da questo schema non si esce) ma questa “ovvietà ” scontata nello stesso tempo diventa un elemento sollecitante a tradire lo schema, a trasgredirlo.  Perché sottostare sempre a questo canone, perché accettare sempre questa regola? Proviamo a (o tentiamo di)  mettere in campo un’argomentazione diversa!  Anche se poi alla fine le fila tornano e i personaggi s’incontrano là dove si devono incontrare come nel più tradizionale dei romanzi,  al lettore si svela il meccanismo che c’è dietro, si dice:  “Guarda,  la sai già questa storia, io devo soggiacere a questo tipo di logica però sappi che mi piacerebbe scappare via e avere un’altra via di fuga…”. In un certo senso è anche riconoscere al lettore una certa consapevolezza,  una complicità, è chiamarlo in causa in questa complicità del raccontare e del farsi raccontare…

Leggendo il libro mi è venuto in mente un po’ il montaggio alternato cinematografico, cioè si ha l’alternanza delle “scene” che raccontano le vicende dei due personaggi principali  fino allo sciogliemento dell’intreccio…
Sì, e tra l’altro su questo gioco (chiamiamolo del montaggio alternato)  io mi ero ampiamente esercitata quando ho scritto “L’invenzione della verità”, una storia dislocata in tempi diversi, tra medioevo e fine 800…quindi sì, mi piace l’idea di questo tentativo di montaggio, questa costruzione fatta in maniera così diciamo cinematografica, non conoscendo peraltro io lo strumento del cinema, perché devo dire che forse è lo strumento che mi è più lontano…

Eppure, leggendo il suo romanzo non si direbbe…in un’altra delle parentesi il narratore parla esplicitamente di una “dissolvenza”, quindi il cinema non le è così estraneo…
Non mi è totalmente estraneo perché sono figlia di questo tempo e il cinema è diventato il vero raccontatore di storie di quest’epoca, cioè in qualche modo ha sostituito il libro e il melodramma…

Anche la televisione è grande narratrice di storie…
Sì, ma la televisione qualche strumento di rimando di visione lo fa. Quindi, mi piace utilizzare il cinema ma è un giochetto perché io se parlo di cinema devo mettere in campo la mia unica vera passione cinematografica che è Woody Allen. Proprio perché questo regista è un narratore di se stesso e usa il cinema con un’abilità strepitosa.

Il cinema però impone il proprio ritmo al fruitore, invece il libro no…
Infatti, la lettura ha il grande privilegio di lasciare che il lettore sia davvero attivo con l’autore-scrittore: si prende in mano il libro quando si vuole, lo si ripone quando si vuole, anche questo ha un peso. Quando la storia ti coinvolge, quando vuoi fermarti, quando la suspence ti tira dentro di più..è tutto nelle mani del lettore,è tutto nell’intimità del lettore… in questo senso, la lettura è il momento più intimo che ci sia, che comporta anche un ‘estraneazione totale…Quando si vede la gente che legge in metropolitana o nelle situazioni più disparate chiusa dentro al proprio libro, in quel momento sta vivendo in un altro mondo…per questo è una dimensione scelta veramente affascinante…

E forse è per questo che lei ha deciso e continua a scrivere romanzi e non si è cimentata con il cinema..
Esatto!

“Bisogna sempre mettersi inlinea con la visuale del soggetto che parla per giudicare la qualità delle sue parole”..c’è un substrato epistemologico in questa frase o no?

Involontariamente sì. Dico involontariamente perché nel momento in cui questa frase è venuta fuori era dentro un certo tipo di contesto, ed era dentro il contesto della narrazione, però è vero che è un’indicazione: mettersi davvero dalla parte di chi sta parlando è il principio primo della comprensione dell’altro ed è un esercizio a cui ci dedichiamo pochissimo, perchè navighiamo veramente su rette parallele difficilmente disposte a piegare verso un incontro con gli altri.

La lettura potrebbe anche aiutare..
Magari potrebbe essere uno strumento.

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