La maschera e il volto: Vittorio Sgarbi (a Reggio Calabria)

da www.strill.it

di Josephine Condemi – E alla fine Sgarbi è arrivato. Ha ritirato il premio, stretto mani, firmato autografi, risposto alle domande dei giornalisti, tenuto il suo intervento, etc etc ed è ripartito. Questa la cronaca dei fatti. Se vogliamo andare un pochino più a fondo, ci sono degli aspetti che ovviamente nessuno dei canali ha sottolineato e che ci permettiamo di evidenziare noi, solo per il gusto del paradosso.

Vittorio Sgarbi è arrivato all’Excelsior tra due ali di folla (ebbene sì) femminile, ed è stato subito “braccato” dai giornalisti. Vittorio Sgarbi è un uomo odiato da molti, che non gli perdonano le troppe parolacce, le troppe litigate televisive, la sovraesposizione mediatica, che lo associano a quel “Capra! Capra!” gridato spesso e volentieri all’indirizzo di qualcuno come sinonimo di “stolto ed ignorante” insieme.

Quello che abbiamo capito noi (ci sbaglieremo, ma ci permettiamo di esporre la nostra opinione) è che in realtà Vittorio Sgarbi è un uomo colto e raffinato, artefice e vittima del suo personaggio.

Mi spiego meglio: quando è arrivato non ha dato il minimo cenno di “spocchia” (al contrario di molti “sepolcri imbiancati” che meno valgono e più si ergono a “detentori della cultura”) e si è sottoposto di buon grado alle domande dei giornalisti. Come? Intanto, da buon italiano, approfittando dell’occasione per parlare ed esprimere la sua riguardo le proprie passate vicende giudiziarie, ma anche affermando molte cose interessanti (per esempio, l’interessamento di un magnate del nord Europa ad investire sul borgo di Pentedattilo). Il tutto condito da abbastanza narcisismo, ma, ad un certo punto, erano quasi i giornalisti che lo incalzavano perché volevano la “parolaccia di Sgarbi” a condire la notizia. E lui li ha accontentati “bluffando”, cioè autocensurandosi durante la frase…

Stessa storia per quanto riguarda l’intervento pubblico. Introdotto da un relatore del Rhegium Julii, organizzatore dell’evento, i presenti lo hanno visto sfacciatamente tenere il cellulare in mano come se mandasse e ricevesse sms mentre l’altro parlava. In realtà, lo ha dimostrato prendendo dopo la parola, aveva seguito benissimo, ma doveva “far vedere” di essere disattento, strafottente, “il solito Sgarbi”.

Veniamo però al clou della serata, ovvero, che cosa ha detto e di cosa ha parlato. Ha detto sostanzialmente le stesse cose che aveva riferito precedentemente ai giornalisti (dove la notizia, ripetiamo, è quella del magnate scandinavo, non della biennale a Villa Zerbi, da tempo prevista come sede espositiva…ci svegliamo?) ma in un modo, ovviamente, diverso.
Aveva cominciato omaggiando Antonio Piromalli (“uno dei miei maestri”), ma ha subito cambiato registro, parlando essenzialmente, come avrebbe detto Giordano qualche tempo fa ai suoi redattori, di “gnocca, gnocca, gnocca”. Complice lo scenario nazionale, si è lanciato anche lui sull’argomento.

L’impressione è però è che lui ridesse degli altri che ridevano alle sue battute (e quanti ce n’erano!).
Era come un reciproco prendersi in giro: “Ma che è scemo Sgarbi!” “Ma che sono scemi questi che ridono di queste scemenze!”
Sgarbi stava recitando una parte da attore consumato, la parte che gli rende meglio, in termini e economici e di visibilità. Ha creato il suo personaggio, ed ora non può più uscirne.

Il dato di fatto è che l’incontro culturale con Sgarbi (perché si è parlato anche di arte, e di luoghi calabresi misconosciuti, e dei modi per valorizzarli) è stato uno dei più riusciti nella storia della città.
Sgarbi è seguito perché riesce ad uscire “fuori” dalle gabbie degli schemi delle premiazioni, degli incontri culturali, che prevedono tutta una serie di riti a cui la maggior parte delle persone non riesce ad adeguarsi. Ha così creato un suo rito, una sua performance, dove la maschera sostituisce il volto, che tuttavia, a tratti emerge.

Credo che si ponga davvero un problema sostanziale…Se c’è più gente da Sgarbi che non da un Nobel (e non è un esempio a caso) non vuol dire che la gente sia cretina, ma semplicemente che occorre ripensare il concetto di cultura popolare, nel senso inglese di “popular culture”, senza necessariamente scadere nella trivialità.
Penso che sia il più grande lascito (involontario?) di Sgarbi.

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3 thoughts on “La maschera e il volto: Vittorio Sgarbi (a Reggio Calabria)

  1. Il problema secondo me è che non tutti sono Sgarbi. Nel senso che Vittorio Sgarbi è una persona colta e preparatissima i certi campi (come è scritto anche nell’articolo), ma il suo ‘grande lascito’ da chi sarà colto? C’è il rischio che la moda-Sgarbi sia la moda del gridare in sostituzione di pensieri profondi e complessi, come del resto la complessa realtà richiederebbe? Secondo me sì, complice anche la televisione (non a caso, regno di Sgarbi, senza la quale l’eco del critico sarebbe assai ridimensionata). Assistiamo così, nella politica così come nello spettacolo, passando per la vita quotidiana e le relazioni interpersonali che essa ci offre, a un’ondata di mitomani, di gente che urla, sbraita, esprime concetti scontati e null’altro. Solo una maschera, una maschera che maschera un’altra maschera, non un volto, perché a furia di imitare si perde la cognizione di sé, omettendo l’apporto ‘creativo’ che ogni individuo dovrebbe portare in una società.

  2. Apprezzo il personaggio Sgarbi.
    A parte i momenti in cui la discussione prende una piega che esula dal contegno garbato ed elegante che un personaggio pubblico dovrebbe tenere, e ti premetto che faccio questa osservazione perchè non apprezzo un certo tipo di lessico, credo che Sgarbi sia un personaggio forte e sicuro di sè. Tuttavia, questa determinazione, pure se talvolta può essere letta come indice di sfrontatezza e cattiva educazione, non è costruita ad arte, quale vuota esibizione di sè, destinata a lasciare spazio ad altrettante e successive “meteore”, ma, a mio avviso, nel “caso” Sgarbi è frutto della sua consapevolezza di sapere.
    Chi e che cosa possono fermarci di fronte ad una tale (e, tra l’altro, provata) consapevolezza di sapere, che porta ad elevarsi per contraddistinguersi dalla turba informe che vuole solo “panem et circenses”, il popolino che si nutre di Grande Fratello e soaps? Sgarbi se ne rende conto, pertanto osa e il suo osare lo rende simpatico ed antipatico al contempo.
    Tuttavia, e l’esperienza “reggina” lo dimostra, Sgarbi è più umano di tanti altri e vari personaggi che, riciclandosi sotto le mentite spoglie del “sono io, pertanto stammi distante” si trincerano dietro il “posso guardavi da una spanna più in alto”.
    Lui, in fin dei conti, è fatto così…. Ha un suo codice, una sua ritualità che si potrebbe riassumere in una filosofia che, almeno ogni tanto, esula dagli schemi preimpostati del modello unico…

  3. Cara Josephine,
    io non sono riuscita ad apprezzare la “lezione” di Sgarbi. Non tanto per il maestro (che tutto sommato ha detto cose a cui ci ha abituati da anni), ma per il pubblico (che si è solo divertito, mostrando di condividere battuta per battuta lo Sgarbi-pensiero, senza neanche un accenno di dissenso).
    Secondo me è abbastanza grave, per esempio, che troppe donne siano lusingate dal linguaggio maschilista di Sgarbi. Prendi la giovane e bella ragazza che l’onorevole si è portato da Roma: l’ha “sputtanata” durante e dopo l’incontro parlando del suo svenimento e di come tutti gli uomini del Quirinale si fossero affannati a metterle le mani addosso. Lei ha finto di schermirsi, ma se ci fosse ancora un po’ di sana coscienza femminista avrebbe dovuto alzarsi, rispondere e lasciare l’incontro. Invece tutti, tutte, lei compresa, ridevano. Per battute abbastanza scontate che, tra misoginia del vecchio maschio conquistatore, elogio della virilità e luoghi comuni offensivi sui gay, hanno purtroppo rappresentato la prima e lunga parte dello Sgarbi show. E che dire poi di quando Sgarbi ha affermato che Winckelmann è stato ucciso da un “culattone” “proprio come è accaduto a Pasolini”? La morte di Pasolini ancora grida giustizia e lui persevera sulle dicerie che sono state comode a chi ha voluto impedire la conoscenza della verità? In ogni caso mi fa schifo che si solleciti il riso su certe cose. Perché poi le cose non sono come dice lui: non è vero che “allo stato attuale tutte le madri quando scoprono che un figlio è gay gli vogliono bene lo stesso…”. La frase in se’ è ovviamente irritante (c’è bisogno di spiegare il perché?) e per di più è falsa. Perché anche grazie ad intelligenze mal prestate come quella di Sgarbi, questo è un paese arretrato. Dove per le coppie omosessuali uscire allo scoperto può ancora significare il rischio di assere aggrediti per strada e altre “spiacevolezze”. Sarebbe troppo facile inoltre perdonare a Sgarbi come una ennesima provocazione la rivendicazione dell’omosessualità come “vita regolare e normale”. E’ vero che il personaggio ha carisma, che arriva facilmente, che non annoia. Ma personalmente sono stanca di certi narcisismi fine a se stessi. Perché poi, oltre la parte autobiografica infarcita di volgarità anti-donna e anti-gay, la lezione d’arte tutto sommato è stata striminzita.
    Giornalisticamente, per quel che mi riguarda (c’ero anch’io) le notizie sono state due: da un lato la buona notizia data da Sgarbi sul futuro prossimo di Pentedattilo, dall’altro il fatto di definire “minorati mentali” i magistrati calabresi, proprio in faccia al magistrato simbolo della lotta alla ‘ndrangheta, Salvatore Di Landro, seduto in prima fila. Ovviamente non era una notizia la Biennale a Villa Zerbi.
    Un’ ultima considerazione sulla chiave di lettura berlusconiana di tutta la lunga parte di discorso che Sgarbi ha dedicato alla virilità dei suoi avi (l'”affascinante” sproloquio mirava infatti ad affermare la normalità dei comportamenti del premier): mentre crisi, disoccupazione, mancanza di futuro sono soprattutto al sud pane quotidiano, è abbastanza irritante lo spettacolo di un premier sempre alle prese con se stesso (e che costringe il paese a stare fermo al palo dei suoi problemi). Senza contare che tutte queste battute ci fanno dimenticare che qui non si parla di gossip. Ma di un premier che telefona in Questura per nascondere le sue magagne…
    Elisabetta Viti

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