Saverio La Ruina: “Il Sud è donna, la periferia è specchio…e io li racconto”

da www.strill.it

di Josephine Condemi – Saverio La Ruina è uno dei più affermati autori-registi-attori della drammaturgia contemporanea. Calabrese, ha fondato a Castrovillari con Dario De Luca la compagnia “Scena Verticale” (1992) e il Festival “Primavera dei Teatri” (giunto all’undicesima edizione). Pur continuando a viaggiare per il mondo, con i suoi sodali ha scelto di rimanere a Sud. Lo incontro prima dello spettacolo “La borto”, in scena alla “Laudamo” del teatro di Messina.

Cominciamo da qui…che cos’è per Lei il teatro?
(Riflette, poi sorride)…No,stavo pensando che veramente il teatro poi diventa un modo di vivere, un modo per vivere. Penso che pure l’interesse per la realtà, l’ascolto della realtà che hai intorno viene amplificato, diventa una deformazione professionale. Perché poi, almeno nel nostro caso,  uscendo da certe logiche (“devi fare una produzione l’anno perchè”)  fai delle cose che “ti urgono” cioè delle cose che ti appartengono molto. Nello stesso tempo, facendo di necessità virtù,  sei costretto anche a scrivere perché non esiste quello che volevi dire e quindi quello che nasce ti appartiene doppiamente perché l’hai scritto, perché lo metti in scena, perché lo produci con la tua compagnia che sta in un territorio magari ben preciso. Quando vivi una cosa la vivi e basta, però il teatro acuisce anche la sensibilità rispetto al mondo che ti circonda e mi sembra anche un privilegio da un certo punto di vista.

Cos’è questo senso di appartenenza, qual è quest’aspetto della realtà su cui si focalizza che non appartiene ad altri e appartiene solo a Lei?
Ad esempio la lingua: gli spettacoli sono tutti in dialetto calabro-lucano e già questo ti impone una riflessione sulla musicalità, sul linguaggio ed è già qualcosa che ti appartiene, perchè dovendo affrontare diversi personaggi , dove cerchi di distruggere per quanto è possibile tutte le convenzioni che diventerebbero filtri nella comunicazione (e per questi personaggi è necessario che la comunicazione sia quanto più vera possibile)  allora eliminando questi filtri ti accorgi che anche l’italiano diventerebbe un filtro, una convenzione, un mettere il primo diaframma tra te e chi ti ascolta.  La sfida è quella di risultare comprensibile a tutti e quello è il ritorno incredibile perché è capitato che la gente a Milano ci abbia detto:  “a un certo punto sembrava che fosse la mia lingua!”. Ovviamente c’è dietro tutto un lavoro di partitura gestuale, vocale fisico-espressiva che comunque in qualche modo sembra riesca ad essere efficace. C’è inoltre un’appartenenza a un territorio, il Sud, che riflettendo tutti quanti i mali anche nazionali, li amplifica… Pensa alla condizione della donna:  una condizione sfasata dappertutto, rispetto alla tanta agognata parità, però al sud in maniera ancora più esasperata… Tutto questo rientra nel lavoro che faccio, però è chiaro, bisogna stare attenti che questo tuo orticello diventi universale …

Pensa che comunque  trattare della cosiddetta periferia l’ aiuti in questo senso?
Certo. Guarda, se per periferico intendiamo tutto ciò che è problematico, in teatro chi scrive su cose che sembrano meno periferiche,  parla della periferia forse interna al sistema di riferimento. La periferia è dove certi malesseri esplodono magari in modo diverso, a volte più sottile, a volte più eclatante e anche quello ci entra sì, ed anche quello ti appartiene.

Nei suoi lavori (“Dissonorata. Delitto d’onore in Calabria” e “La borto”) si sofferma molto sulla condizione femminile al sud e non solo..qual è la sfera antropologica che c’è dietro?
Intanto dobbiamo tenere conto del distacco temporale: “Dissonorata” è ambientata negli anni 60, “La borto” potrebbe essere tra fine anni 60 lungo tutti gli anni 70. Da lì, capire quanto e se le cose sono cambiate per la donna . La prima è ambientata in un luogo rurale dell’entroterra calabro dove c’era davvero poco respiro e le società maschiliste erano insomma a tutto tondo, l’altra in una realtà provinciale del meridione, dove l’aria è comunque stagnante. Io in effetti penso che sia ancora così, in modo meno evidente, meno eclatante…Anche  a livello nazionale la condizione della donna è un problema, si vede… se vuoi,  anche la situazione del governo alla fine ti dice quanto le cose non sono cambiate e lo vedi proprio a livello più alto istituzionale, proprio rappresentativo… La cosa che pensavo fosse più complicata  da tirare fuori e invece viene colta benissimo è che  io in scena sono comunque sulla sedia come attore, come uomo, cioè non sono nascosto, non sono mascherato: ci sono gli elementi maschili, c’è qualche elemento femminile molto lieve ma non c’è scimmiottamento della voce, non c’è gesto al femminile…La donna viene evocata ma l’uomo non scompare ed è quello che volevo,  perchè appunto l’uomo nelle storie che racconto ha sempre una responsabilità fortissima e rimane sulla sedia dell’imputato. Il maggior imputato è il maschio che interviene sulla donna ma fugge quasi sempre la responsabilità di esserci. Nel caso dell’aborto, fino agli anni 60 le donne erano così dominate che bastava dire “arrangiati” e loro si arrangiavano… io vorrei anche fare un processo all’opposto, di un uomo carnefice che dà voce alla sua vittima e mi sembra simbolicamente importante che gli uomini comincino ad andare un po’ controtendenza perché senza l’uomo alla fine la donna rimane giocata da questo potere che non ha. Oggi la donna sicuramente ha un’autodeterminazione maggiore, un potere maggiore, sceglie, ha l’arbitrio “Posso spogliarmi o devo tenere le gonne lunghe? Posso spogliarmi” ma questo spogliarsi è stato nuovamente preso in mano dall’uomo ed è diventato il modello della donna che seduce etc,  quindi una nuova schiavitù. Forse adesso c’è una regressione per quanto riguarda la coscienza del problema, mentre negli anni 70 i movimenti femministi avevano portato delle conquiste importantissime come la 194.

Quindi la Calabria come simbolo e specchio…
Infatti in “Dissonorata”  il punto di partenza è stato la lettura di storie nella realtà islamica e l’atteggiamento che c’era in Italia di alcuno che diceva. “E’  il nostro medioevo!”. Siccome io ho un ricordo abbastanza preciso di situazioni simili al sud, ho voluto dire che si tratta veramente di spostarsi di pochissimi decenni, forse due-tre, per vedere come noi eravamo in quel modo, anche se con modalità diverse di punizione nei confronti delle donne. Secondo me è un tema attualissimo se pensiamo ai  casi di Hina a Brescia, di Sanaa a Pordenone…se guardiamo questi casi capendo la nostra storia forse avremo un occhio più giusto…

Girando per l’Italia..qual è l’immagine della Calabria che ci si aspetta e quale Calabria viene fuori da e dopo gli spettacoli?
L’immagine della Calabria non penso sia granchè positiva…il fatto però che questi lavori abbiano avuto un certo esito artistico, in qualche modo concorre a dare un’immagine diversa. E’  vero che poi da queste storie esce fuori una Calabria, un sud pesante… la clausola che scagionava il trasgressore per quanto riguardava il delitto d’onore è stata depenalizzata nell’81…Però esce anche l’immagine di queste donne, di queste persone che hanno una grande dignità, la forza di andare avanti nonostante tutto quello che passano e che hanno passato. Non perché magari abbiano avuto chissà quale elaborazione mentale ma proprio dalla sofferenza, dall’aver vissuto in prima persona e aver guardato alla realtà in maniera diversa.

Il sud è donna o uomo?
Per me è donna, perché la donna è la sua vera forza. L’immagine è di queste donne che sono dietro agli uomini, mandano avanti la baracca contro il potere che è tantissimo, gestito dall’uomo, e che loro salvaguardano pure perché hanno quella cultura in testa o l’avevano soprattutto allora…A me rimane sempre l’immagine di papà,  che a una certa età ha cominciato ad esser fragile, magari ha avuto  un momento di depressione e chi è che lo curato? Chi è che lo fatto vivere? È stata mia madre. E queste sono le donne che io vedo dentro la società, donne di una forza incredibile e penso che con queste donne magari  si potrebbe costruire un mondo un po’ migliore vista la fase regressiva…

Secondo alcuni però il permissivismo, il familismo meridionale derivano proprio da antichi matriarcati che hanno sopperito all’autorità paterna complice l’assenza forzata dei padri (emigrazione  ma non solo)…
Secondo me una donna cresce un figlio per la cultura che ha:  se quella cultura tende comunque a privilegiare e dare il potere al maschio, e la donna ha quella cultura nella testa, il prodotto è quello. Se mia madre è cresciuta con certi principi, porta avanti quelle cose lì… Lo avrebbe fatto anche con la presenza del marito, anzi, la non presenza probabilmente gli ha permesso di essere meno morbosamente ossessiva… io penso che solo una donna libera ed emancipata possa crescere un figlio in maniera diversa. In “Dissonorata” si dimostra come quando la donna si emancipa (nella fattispecie, la protagonista alza gli occhi, vede un uomo, ha la debolezza di innamorarsene, la sfortuna di essere sedotta e per la paura dell’abbandono cede alle insistenze anche sessuali, ma la pancia la tradirà) quindi è fuori dalle regole che deve rispettare, intorno c’è il crimine nei suoi confronti. Allo stesso tempo, vedi gli uomini che vengono lasciati,  sia al nord che al sud, impazziti… ma perché impazziscono solo quando vengono lasciati o quando le donne si emancipano o quando non ne hanno il controllo? La donna non impazzisce, soffre di più,  lo dimostra in maniera diversa, meno introversa, ma è l’uomo che impazzisce.

“Primavera dei teatri” sceglie di rimanere a sud
Lì il senso è : “io sto e cerco di crearmi intorno della condizioni di vivibilità diverse, la vivibilità diversa è la qualità della vita, il teatro , quello scelto con metodo, che ti lascia qualcosa nella discussione o nella risata intelligente, diventa una cosa di cui ti accompagni necessariamente”. In luoghi dove non succede quasi nulla diventa un modo per far sì che succedano più cose, è un modo per te di vedere delle cose…è stato un modo per vedere di più, per far vedere di più, creare un humus, fare avvicinare tutti a questo tipo di esperienza.

Sente di aver creato una cattedrale nel deserto?
Intorno qualcosa c’è. E’ un po’ una cattedrale nel deserto ma intorno qualcosa c’è, molto legato al pubblico che si fida, tu non gli porti un nome ma siccome ha già visto altri “non nomi” che gli hanno dato emozioni forti , si fida.

La gente c’è le istituzioni no…

Ci sono ma a singhiozzo, come capita, sei sempre a rischio.

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2 thoughts on “Saverio La Ruina: “Il Sud è donna, la periferia è specchio…e io li racconto”

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