Intellighenzia e politica in prima serata: un brutto spettacolo a “Stasera che sera”

da www.strill.it

di Josephine Condemi-Non ci stancheremo mai di ripeterlo: urge avviare anche in Italia una riflessione seria su quella che in Inghilterra si chiama “popular culture” e nel nostro sciagurato paese viene barbaramente tradotta come “cultura di massa”. Una riflessione seria. Lo spettacolo andato in scena ieri in prima serata a “Stasera che sera!” condotto da Barbara D’Urso è più che un esempio di trash. Sarebbe facile bollarlo come un prodotto della cosiddetta “tv-spazzatura”, e finirla lì. No. Ieri sera sulla rete ammiraglia Mediaset è andato in scena l’equivalente di un trattato di sociologia della comunicazione. Si è visto chiaramente cosa e come si intende la cultura di massa e quale è e dovrebbe essere il ruolo della cosiddetta intellighenzia nel nostro, ripeto, sciagurato paese.

L’oggetto della nostra raffazzonata analisi sarà il primo talk show del suddetto programma, quello dedicato all’unità d’Italia. (un articolo a parte meriterebbe il “momento Muti”, con in primo piano non solo la persona ma soprattutto le conseguenze neurologiche della malattia). Soffermiamoci dunque sul primo talk show.  Se vogliamo, l’intento poteva essere lodevole: portare in prima serata proprio la “cultura popolare”. Il problema è che quest’ultima, come spesso avviene in Italia, è stata scambiata con il folklore. E vai con i tirullaleru, con lo svilimento dei dialetti (vero e proprio patrimonio di una nazione), con le ceramiche e le canzoni retrò. Perché il tema conduttore era ovviamente “Nord vs Sud”, con quanti più stereotipi possibili. Già la scelta di Gigi Finizio e Memo Remigi come rappresentanti del “cantautorato regionale” la dice lunga (e i brani eseguiti di più!).  Lo “scontro” vero e proprio ovviamente lo si doveva attendere dall’aver invitato in studio il sindaco di Varallo Sesia Buonanno e il cittadino più famoso di Ceppaloni  Mastella. E invece no. Perché, per dare un tono al dibattito, la Barbara ha invitato in studio cinque scrittori (in realtà, quattro e un vignettista): Mauro Corona, Fulvio Abbate, Antonio Pennacchi, Chiara Gamberale e Giorgio Forattini. E il vero spettacolo si è avuto lì, tra i politici e gli “intellettuali”.  Al di là dell’aspetto promozionale (ormai una costante, quattro su cinque pubblicano con Mondadori, ma questa è un’altra storia), soffermiamoci proprio sui termini del dibattito. Alle domande poste dalla conduttrice su temi generali come la famiglia, le tradizioni etc, i nostri hanno mostrato, ripeto, più di un manuale di sociologia la fotografia dell’Italia. Avevamo il politico che cerca di mostrare di avere una cultura, mettendosi a un certo punto a citare strumentalmente alcuni dei concetti espressi nell’ultimo volume di Pino Aprile (Mastella); il politico che scambiando la cultura con l’intellighenzia si fa beffe dell’una e dell’altra (Buonanno); lo scrittore “contro” (Corona); quello satirico (Forattini); quello che oggi ha dichiarato di “essermi divertito da morire, altro che autoprofanazione di me stesso” (Abbate); quello “del popolo” (Pennacchi).

Proprio Pennacchi, stanco, lui!, di essere interrotto dal leghista (che lo faceva apposta), è sbottato: “Lei crede che abbiano chiamato cinque intellettuali per stare a sentire un somaro?”. Al che, Buonanno gli si è lanciato contro e si è sfiorata la rissa (mi pare che nel frattempo il sindaco abbia detto: “Ma quale somaro, andate a lavorare” o qualcosa del genere). Immobile la D’Urso, finchè quando l’aria si è fatta pesante ha cercato di salvare il salvabile: “Io mi inginocchio davanti all’intellighenzia ma chiedo rispetto per un altro essere umano”.

Insomma: intellettuali razza superiore, detentori del potere della “cultura”, che i politici possono solo scimmiottare (Mastella) o disprezzare più o meno apertamente in nome della produttività (Buonanno).  Seguiti in questa schizofrenia (e in questo sì, fedeli rappresentanti) dalla maggioranza degli italiani. Intellettuali serrati nella loro torre d’avorio, perché “sanno”, punto, e possono permettersi di AUTOPROFANARSI (Argh!). Intellettuali davanti ai quali la D’Urso s’inginocchia, così come moltissimi altri. Alla faccia del vero intellettuale, quello integrato, che ascolta e si sintonizza con il mondo.

Non ho parlato finora di Chiara Gamberale perché mi è sembrata l’unica nota positiva in questo triste spettacolo, l’unica persona che non cercasse di trincerarsi bensì tentasse di raccontarsi, di raccontare un’Italia diversa con cui lei è a contatto, noi siamo a contatto tutti i giorni. Lo sguardo attonito ripreso dalle telecamere durante la rissa è più di un biglietto da visita. Non l’hanno fatta parlare più di tanto. E’ donna. Ha trentaquattro anni. E questo, si sa, non è un paese per giovani.

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