“Il gregario” di Sergio Pierattini…il ciclismo come metafora esistenziale (e non solo)

da www.strill.it

di Josephine CondemiSergio Pierattini è attore, autore, regista, docente di teatro. E’ a Messina per portare in scena il suo ultimo lavoro,  “Il gregario”. “Il gregario” che è, per dirla con le sue parole, “l’uomo di fatica, quello ‘che porta l’acqua’ (come dice al’inizio della pièce il protagonista), ed è quello che si fa carico di tutto.

Come ha scritto Ormezzano, i grandi gregari sono gli uomini fatti per soffrire e quando vincono non è consentito loro ridere, devono piangere e basta, perché è quasi una vittoria concessa. Infatti nell’epoca del ciclismo epico accadeva talvolta che il grande ciclista (Coppi, Bartali) lasciasse vincere l’ ‘oscuro gregario’, per una vittoria che si trasformava in qualche foglio di diecimila lire… Il gregario rappresenta i perdenti, i perdenti però che confrontati in seguito con quelli che dovevano essere dei vincitori, si trasformano in coloro che hanno ricostruito il paese”… 

Pierattini è partito da qui, dall’Italia del dopoguerra, dal ciclismo di Coppi e di Bartali, (“lo sport della fatica, del sacrificio, a quell’epoca i ciclisti erano operai e contadini, oggi gli sportivi sono uomini dai meccanismi perfetti “) per raccontare però, se vogliamo,  la stanza “del piano di sotto”. I due gregari stanno infatti nella stanza d’albergo esattamente sotto quella di Coppi, il campione della squadra avversaria, che li fa richiamare più volte dal portiere infastidito dal loro rumore… Perché Coppi è sopra, loro sotto. 

E i due gregari, uno veneto, l’altro toscano (perché, come ci racconta Alex Cendron, interprete del protagonista,  “sono  le due regioni che hanno dato e continuano a dare più ciclisti, e abbiamo cercato di lavorare sul filo dei dialetti tra realismo e comprensibilità”), hanno parecchie cose da dirsi. Uno è vecchio, l’altro giovane, uno fascista, l’altro comunista ( “il polo della guerra è ancora molto forte” continua Cendron “ ma comunque si ha la sensazione di essere tutti sulla stessa barca”, e, aggiungiamo noi, nella stessa stanza), uno ha vinto la sua prima tappa, l’altro è rimasto ad arrancare in salita…

Se il ciclismo diventa così metafora dell’esistenza dalla parte dei “vinti” (“la cosa terribile del mio personaggio”, ci dice Cendron “ è che ha una speranza ma è una speranza di serie B”) lo spettacolo non scivola mai nel lacrimevole o, peggio, nel patetico. I due gregari non sono come il “mediano”  cantato da Ligabue, condannati “per natura” a non avere “lo spunto della punta né del dieci”: sono invece due Persone, che hanno le stesse capacità di chi sta “sopra” ma non hanno saputo (potuto?) sfruttare la loro occasione a causa di ostacoli veri o immaginari (l’enigmatica “scimmia sulle Dolomiti” di uno dei monologhi né è l’esempio lampante)…

I confini tra “sotto” e “sopra” sono labili, sebbene ormai immutabili, nella vita dei due gregari. Che nonostante tutto però continuano a sognare (e il loro sogno, ci dice Pierattini, è “un sogno di ricostruzione, positivo, di speranza, a fronte di un’Italia di oggi dove sembra che la speranza sia merce rara”).

Pierattini continua la grande tradizione della drammaturgia testo centrica (“io seguo una tradizione, con tutto il rispetto per chi non la segue perché inventa nuovi linguaggi, c’è un filo che mi lega ad Eduardo e a questa gente qua”), attento a non stereotipizzare  e sfaccettando al massimo i suoi personaggi (“mi esprimo attraverso le battute”), mettendo la regia a servizio del testo e non viceversa (“io faccio ma mi faccio aiutare, ognuno collabora, il mio rapporto con la regia è funzionale a mettere in scena le mie opere”), seguendo e partecipando al processo creativo-produttivo in tutte le sue fasi (riusciamo a parlare dopo lo spettacolo mentre porta via l’allestimento di scena). E aiutando a raccontare un’Italia diversa.

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