Pierattini e Cendron: “Vi raccontiamo il nostro ‘Gregario'”

Incontro Sergio Pierattini a Messina, dove alla Sala Laudamo è andato in scena “Il gregario”. Facciamo questa chiacchierata dopo lo spettacolo, mentre sia lui che Cendron si danno il cambio a smontare gli allestimenti di scena (più volte ci siamo interrotti perché l’uno chiedeva all’altro dove andasse riposta un determinato costume)… Pierattini parla lentamente, pesa le parole, è conciso come i suoi drammi (dimostrazione di come il teatro “di qualità” possa conciliarsi perfettamente con la comprensibilità e “l’entertainment”). Ecco com’è andata.

Cominciamo da qui: chi è “il gregario”?

Il gregario è l’uomo di fatica, quello ‘che porta l’acqua’, come dice al’inizio della pièce il gregario del titolo, ed è quello che si fa carico di tutto. C’è una frase bellissima, del giornalista e scrittore Ormezzano: “ i grandi gregari sono gli uomini fatti per soffrire ai quali quando vincono non è consentito ridere, devono piangere e basta,  perché è una vittoria quasi concessa dal campione. Infatti nell’epoca del ciclismo epico, accadeva spesso che il grande ciclista (Coppi, Bartali) lasciasse vincere l’ “oscuro gregario”… ed era una vittoriana niente, se vogliamo, una vittoria che si trasformava in qualche foglio di diecimila lire… Il gregario quindi rappresenta i perdenti, i perdenti  che però poi a confronto di quelli che avrebbero dovuto essere i vincitori, si trasformano da sconfitti in quegli uomini  che da sconfitti ricostruiscono il paese nel dopoguerra..Il sogno finale del giovane gregario, quello di arrivare a farsi una botteghina di biciclette (che è stato poi il destino  di tanti ex ciclisti di quell’epoca lì) magari con il proprio marchio, è un sogno di ricostruzione, di speranza, a fronte di un’Italia di oggi dove sembra che la speranza sia merce rara…

Crede che sia un caso che il ciclismo sia un po’ passato di moda?

Mah, oggi c’era una corsa qua a Messina, e c’era pubblico…il ciclismo è diventato forse uno sport più di praticanti che di tifosi… Ma forse dico una sciocchezza, perché i tifosi ci sono ancora, quando si vede il Tour o il Giro… soprattutto in Francia e in alcuni paesi d’Europa è uno sport ancora molto sentito … Certo, il ciclismo è lo sport della fatica, del sacrificio… a quell’epoca poi si ammazzavano! era 100 volte più faticoso di oggi… andavano a cena, bevevano un litro di vino, mangiavano la bistecca e l’indomani ripartivano… I ciclisti erano operai e contadini, uomini di quella tempra lì…oggi gli sportivi sono uomini dai meccanismi perfetti  studiati per migliorare sempre…

So che questo spettacolo era stato inserito in un progetto più ampio…

Questo spettacolo è nato in forma ridotta (20 min) all’interno di un progetto che si chiamava “Grand Hotel Italia”, in cui veniva raccontata l’Italia da una camera d’albergo attraverso quattro momenti storici differenti . Io scrissi di questo immediato dopoguerra… E’ un progetto che ha vissuto, è stato realizzato, e partendo dall’idea originale sviluppando il testo è venuta fuori un’opera compiuta, a se stante…

Lei spazia:  fa l’attore, il regista…

Ho cominciato a fare l’attore con l’accademia “Silvio D’Amico” nel ‘ 79. Mi sono diplomato nell’ ‘82 poi ho cominciato a scrivere per me e poi anche a mettere cose in scena, a produrmele…ho scritto anche tanto per la radio…

Infatti, ho visto proprio questa attenzione al radiodramma, che ormai sembra un genere in disuso…

Ora sì, è in diuso… Io ho fatto una trasmissione che si chiamava “Teatrogiornale” con Roberto Cavosi, su  radio3, dove nel giro di 3-4 anni ognuno dei ha scritto 300 radiodrammi. Erano brevi,  di 15 min ciascuno,  trasmessi la sera sulle notizie della mattina…Credo sia stato da parte della radio uno degli ultimi sforzi verso il radiodramma, un genere che da noi è in disuso soprattutto per motivi economici mentre in Germania e in altre parti d’Europa è ancora molto seguito …io ho imparato a scrivere scrivendo drammi per la radio, è stata una grossa esperienza…

Che rapporto ha con il teatro di regia?

I grandi maestri mi hanno segnato in qualche modo… quando facevo il liceo a Siena e andavo a teatro mi passava davanti Strehler, mi passava davanti il “Gruppo della Rocca”, gruppi storici che a quell’epoca erano i registi importanti… Ho grande ammirazione per chi ha fatto cose egregie in questi anni. Il mio rapporto con la regia è un rapporto funzionale al fatto di mettere in scena le mie opere:  secondo me un testo nuovo, contemporaneo, non ha bisogno di molto, di grosse idee registiche, non è un classico, va fatto e basta…poi posso sbagliare, non mi sento regista,  io faccio ma mi faccio aiutare… Ognuno collabora alla messa in scena, non è che dico “sono il regista” e basta! Come autore mi piace seguire, vedere perché so come l’ho pensata… non farei la regia di un altro testo perché non lo so fare, non si può far tutto… devo fare anche il produttore che quello poi, visti i tagli, è anche peggio!

Si nota nei suoi lavori un’attenzione al testo…

Sì, una drammaturgia soprattutto di parola, che segue una tradizione. Con tutto il rispetto per chi non la segue, perché inventa nuovi linguaggi…io mi esprimo così, c’è un filo che mi lega al teatro di tradizione, ad Eduardo, alla drammaturgia sul testo…

 Cendron è ancora lì che mette a posto. La sua interpretazione colpisce davvero.  Incuriosita, mi avvicino a fargli qualche domanda…

Lei è veneto come il personaggio che interpreta… ha aiutato Sergio Pierattini nella traduzione dall’italiano al veneto del testo?

Sì, abbiamo tradotto il testo insieme perchè Sergio l’aveva scritto in italiano pensando ad un attore del nord… Il Veneto e la Toscana sono le due regioni che oggi come ieri danno più ciclisti… Abbiamo lavorato assieme per cercare di rendere il testo molto concreto, molto reale, per cercare di renderlo caratteristico ma anche comprensibile, perché chiaramente andando in tournée per l’Italia il rischio è che il dialetto diventi troppo stretto…

Andiamo al personaggio del gregario,se vogliamo , il simbolo di un’epoca. Come si è calato nei panni del personaggio ? E come si è rapportato a quell’epoca?

Ho fatto un po’ di ricerca (inoltre Sergio da amante del ciclismo ha parecchio materiale),  poi ho uno zio che corre in bicicletta e attraverso la generazione precedente alla mia ho vissuto questo tipo di clima, di speranza, di ricostruzione, di possibilità di riscatto e, come dice la canzone nella pièce, di colpo di fortuna che ti può cambiar la vita…Il mio personaggio fa un po’ impressione perché dice: “Ho 32 anni, sono già vecchio”, ed in effetti per il ciclismo è così…La cosa più tremenda è che ha una speranza ma sa di essere in una categoria B perché la sua possibilità importante l’ha già avuta ed è fallita….

Per un colpo di fortuna o di sfortuna, in questo caso…

Sì, per questa scimmia pazzesca che appare, che lui pensa di aver visto e gli manda in fumo tutto… il mio gregario ha quindi una sorta di rassegnazione che non gli impedisce di sognare, di sperare ancora e, come diceva Sergio, è questa speranza che ha ricostruito l’Italia…

Anche se è una speranza di serie B…

Sì, però, forse, se quella volta, nel ‘39, quando era giovane, le cose fossero andate diversamente chissà…Il mio è un personaggio abbastanza complesso perché ha comunque appena vinto una tappa,la prima della sua vita, però contemporaneamente sa che il suo compagno di stanza sta per essere scaricato, ha pure il peso dello zio morto, tutta una serie di cose che si muovono dentro non facili da gestire… è un personaggio che ha varie direzioni, lo sto ancora “masticando”…

Com’è nata la collaborazione con Pierattini?

Ho conosciuto Sergio attraverso “Il ritorno”, che è un altro testo:  non mi scelse lui perché  era solo autore in quell’occasione, la regia era di Veronica Cruciani, ma so che ha comunque collaborato alla scelta. Lì interpreto un bergamasco, in lingua italiana ma con forte cadenza dialettale. All’epoca, questo testo mi colpì moltissimo quando feci il provino (anzi: una serie lunghissima di provini) perché sembrava aver affrescato quel tipo di famiglie a me ben note, famiglie del nord raramente rappresentate in teatro al contrario della famiglia del sud, molto più raccontata…

Tornando a “Il gregario”, colpisce il fatto che i personaggi pur essendo ben caratterizzati non cadono mai nello stereotipo, sono comunque dei personaggi italiani…

Sì, anche per il tipo di ambientazione, nel dopoguerra… il ricordo della guerra è molto forte e sono quei momenti in cui si è ancora tutti nella stessa barca. Si hanno differenze minime di ceto, che comunque riguardano l’Italia di quel tempo…

E’ tardi, è il momento di andare. I nostri artisti/artigiani hanno ancora da fare….

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