“Se non ora quando?” a Reggio Calabria: io c’ero. Ed ho scoperto che…

da www.strill.it

di Josephine Condemi – E sono andata in piazza. Sono andata a piazza Camagna, qui, a Reggio, perché volevo vedere, sentire, quindi osservare, ascoltare. Convinta, come sempre, che la “periferia” sia lo specchio, più o meno deformante, del “centro” e che essere confine significhi, nel bene e nel male, essere frontiera.

Reggio Calabria è periferia. Reggio Calabria è frontiera. Reggio Calabria è specchio.

Dirò quello che ho visto. L’espressione  “scendere in piazza” ha forse un retaggio greco, di quando l’agorà era sotto l’acropoli, ma ha assunto un significato particolare in Italia e quindi a Reggio:  “scendono in piazza” solo gli “intellettuali” dalla loro torre d’avorio e/o quelli che “stanno in alto” nella scala sociale, dunque, anche i politici se urge fare passerella. La gente comune, no. L’ultima volta che ci ha provato, la gente (nel 1970, anche in quel caso specchio e frontiera del periodo di una nazione), si è visto com’è andata a finire… 

Immerso in un continuo romanzo gattopardiano, il reggino medio (così come l’italiano medio, cantano gli Articolo 31) tira a campare…

Ma ieri sera a piazza Camagna c’era un sacco di gente.  E’ vero, c’erano i soliti politici (non molti, a dire il vero) a fare passerella e rilasciare interviste. E’ vero, si riconoscevano questo o quel soggetto riconducibile a questa o quella associazione. Ma c’erano persone. Persone che si sono fermate per tutto il tempo in piazza (altro che il solito “passeggio” !)  ad ascoltarsi, ad ascoltare.

E’ vero, l’età media era alta (pochi i ventenni presenti, ma, anche qui, il concetto di “gioventù”è molto relativo nel nostro paese… ) ma ieri sera non si è “scesi” in piazza, si è “stati” in piazza, insieme.

Incredibilmente, ho visto una sola bandiera politica (me ne aspettavo molte di più): la teneva in mano, raccolta, un ragazzino, poichè probabilmente gli era stato impedito di sventolarla. E questo è un bel segnale.

Certo, la piazza è uno sfogo. A tratti, è sembrato essere ad una sorta di terapia di gruppo:  chi interveniva (in maniera ben poco programmata), se l’è presa, in ordine sparso (oltre che contro la comunicazione sessista e la mercificazione del corpo femminile, ovviamente) con il berlusconismo, la mafia, la cattiva gestione dell’anniversario dell’Unità d’Italia, la guerra, le rate del mutuo, i gazebi in via Marina, i tapis roulant sul corso, la classe politica che non rappresenta i cittadini, la scarsa considerazione riservata al contributo dato dalla resistenza e i partigiani durante e dopo la seconda guerra mondiale, la legge 194 sull’aborto e forse sto dimenticando qualcosa…

Nome, età, professione (a volte) e via con l’intervento. Uomini e donne che si sentivano di dare la loro esperienza di vita. Di dire qualcosa. Di comunicare. Di partecipare nel senso più pieno della parola, cioè di prendere parte, di sentirsi parte di un corpo sociale in cui non si riconoscono.

E ieri sera hanno espresso questo disagio alla città, alla nazione, in maniera civile.

E’ più che un problema politico. E’ più che un problema morale. E’ più che un problema sociale. E’ tutte queste cose insieme, perché intacca il senso stesso della convivenza.

E noi? Ci riconosciamo nel corpo sociale cui apparteniamo?

Certo, per risolvere i problemi,  veri o presunti, non basta elencarli. Né trovare eventuali capri espiatori su cui riversare le proprie frustrazioni.

Ma la piazza non ragiona di testa, ragiona di cuore e di pancia. E ha lanciato il suo messaggio.  Stavolta Reggio (ed è un segno dei tempi) ha fatto civilmente la propria parte.

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