Frédéric Martel alla fiera di Torino…quanto fa un titolo…

Quello dell’incontro qui al lingotto, of course (ebbene sì, sono di nuovo a Torino, ciò meriterebbe un post a parte ma sono già distrutta). Il titolo dell’incontro, dicevamo. “Mainstream.Le nuove schiavitù: i consumi di massa“. I consumi come schiavitù. Andiamo bene. Infatti, dietro di me due signore in età avanzata discutevano una con l’accento inglese e l’altro francese del “consumanismo”.

Dell’autore però, Frédéric Martel, avevo sentito parlare. Del libro, “Mainstream”, anche. Ed ero, come al solito, curiosa.

Intro affidata a Stefano Salis, che infatti si precipita a dire quanto non gli piaccia il titolo dell’incontro, quanto svii dal contenuto tutta questa diatriba tra mainstream e arte, come se l’uno escludesse l’altro. Martel aggiunge quanto sia difficile fare cultura mainstream, quanto il contenuto di certi film, libri, fumetti SI ADEGUI  A UN PUBBLICO GLOBALE e quanto nel settore dell’industria dell’entertainment la parola chiave sia creatività e non industria. Quanto i manga, le serie tv USA possano essere a volte considerati come dei prodotti “di qualità”  (ne parlavamo qui) quanto un quadro possa essere una schifezza. Quanto cambi il ruolo del critico in questo scenario (ne parlavamo qui), perchè l’idea di una “parola superiore” non ha più senso, essendo la critica legata (come tutte le cose, aggiungiamo noi) anche a criteri non esattamente letterari come l’amicizia, i legami i tornaconti commerciali, la ricerca di status. Di quanto però esista anche un mondo senza criteri dove tutti i prodotti si equivalgono e quindi della necessità (da critico, oltre che da ricercatore) di una posizione intermedia, che incoraggi la pluralità di voci perchè la critica deve essere plurale.  “Quando si va nei quartieri popolari si pensa che i giovani assorbano tutto il mainstream senza critiche. In realtà, se si chiede a qualsiasi ragazzo perchè ascolti la musica che ha sul lettore, sa esattamente perchè. Si metterà a discutere del perchè Usher o Jay-Z o Eminem”.

Mi vengono in mente tutti i discorsi sulla popular culture (ne abbiamo parlato, tra l’altro, qui, qui e qui), sulla cultura “di massa” in Italia, e faccio la mia domanda, chiedendo un parere sull’attitudine a trattare le persone come massa, un’attitudine comune a Francia ed Italia (un amico una volta mi ha detto di come in Francia si vada in teatro per “espiare, espiare, espiare laicamente”), un’attitudine diffusa che ha permesso di intitolare l’incontro “le nuove schiavitù: i consumi di massa”.

Mi ha risposto così: “L’élite tende a pensare che i giovani subiscano la mass culture. Parlando di classi popolari, è strano che la gente colta, la gente che parla del popolo, non lo ama e non ama la sua cultura, anzi la detesta. Quando si parla di massa, di popolo, di persone che vedono un film, leggono un giornale, lo fanno perchè conoscono i criteri della loro scelta, sono in grado di scegliere e di non cadere nelle trappole di un marketing ben fatto. Non vorrei fare una considerazione politica, ma coloro che criticano Berlusconi o Sarkozy, non criticano perchè c’è un monopolio, ma criticano la capacità di propaganda. Ma la propaganda esiste per tutti. C’è la capacità di far sognare e divertire. Il pubblico è capace ed ha i mezzi per crearsi un gusto. Il mio obiettivo è capire come funzionano gli Stati Uniti, la globalizzazione, vedere come la digitalizzazione ha cambiato i rapporti di potere tra i paesi e le culture. La globalizzazione, la digitalizzazione non sono un bene o un male in sè, bisogna conoscerle e saperle utilizzare”.

Banale, forse. Banale quanto pensare che un titolo de-finisca. Tracciando i confini, dando una prospettiva. Un titolo può rivelare. Molto. E lo scarto è enorme.

PS. L’idea del “consumanismo” però ripensandoci non è male…

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2 thoughts on “Frédéric Martel alla fiera di Torino…quanto fa un titolo…

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