Lo stato (comatoso?) della critica letteraria italiana…

Berardinelli, La Porta, Brevini. Il gotha della critica letteraria italiana. Moderati da Giorgio Vasta. “Raccontare la realtà” partendo dai libri “Meno letteratura, per favore!” di La Porta, “Che intellettuale sei?” di Berardinelli e “La letteratura degli italiani” di Brevini. Insomma, un’occasione per parlare dello stato della letteratura in Italia. Ma non solo.

Perchè in quell’incontro si è andati oltre. Per me, è stato davvero istruttivo. Berardinelli va volutamente fuori tema (dice di non avere letto il titolo dell’incontro, di essere impreparato, insomma con i titoli il salone di quest’anno ha avuto qualche problema), comincia a parlare del suo nuovo libro, “Non incoraggiate il romanzo”, perchè “il romanzo è diventato un genere-merce e non un genere letterario” (ma DumasFlaubert, Dostoevskij che pubblicavano feuilleton non facevano letteratura allora?), accoglie l’invito di La Porta e lo estende facendo tutto un ragionamento sul “meno” (“meno auto, meno discussioni e liti politiche, meno invasioni tecnologiche, meno rifiuti, meno stilisti, meno cocaina, meno tranquillanti, meno disoccupazione”) anche se poi afferma che “ragionamenti del genere sono pericolosi perchè così si fa a finire con meno umanità, meno cultura”. Il problema è che lui è per “la diminuzione quantitativa, per la selezione qualitativa” perchè “lo spazio vuoto promette futuro, la saturazione soffoca” e “quando ci sembra che tutto sia occupato, è difficile creare qualcosa”. Mi verrebbe da obiettare, à la Morin, che siamo “figli del pesce che uscito fuori dall’acqua per non soffocare ha imparato a respirare” e che i vincoli sono la condizione necessaria e sufficiente per la creatività. E’ il vincolo che produce l’emergenza del nuovo.  Berardinelli non si capacita. “Io non ce la faccio a stare dietro a tutta la produzione, sono sopraffatto dall’editoria” e ancora “esiste una fame per me misteriosa di narrazioni, oggi tutto diventa storia”.

Il modello che ha in mente, sembra, è quello top-down per cui tutto deve prima passare dal critico per poi essere “bollato” come “in or out” (ma sto volgarizzando, in realtà la “bolla” riguarda ciò che è “letteratura” da “intrattenimento” o non capisco bene cosa)…

Sul problema delle storie interviene anche La Porta, che sottolinea come “il bisogno di raccontare storie è sempre esistito ma non è che l’uomo dell’antichità raccontava sempre storie! Anche i politici, gli scienziati oggi parlano per narrazioni. Credo che questo venga dalla pubblicità”. MA NO!!!! Al di là del marketing, questo viene semplicemente dal fatto che oggi è scientificamente provato come descrivere equivalga a narrare e questo (per fortuna) ha aperto la strada alla pluralità. Di schifezze, certo, ma anche di modi nuovi di intendere la narrazione. E’ vero che, in alcuni casi, “chi oggi vuole fare letteratura esibisce uno stile goffo, metaforizzante, carico di aggettivi, letterario nell’accezione peggiore del termine” (accadeva anche ieri) ma quanto hanno contribuito i critici stessi a fare affermare questo canone?

Brevini parla infatti di “iperletterarietà della letteratura italiana, del gusto delle parole e non delle cose”, per cui “l’Italia è specializzata in viaggi intorno alla camera” al contrario di altri paesi che parlano di luoghi “rintracciabili con il GPS”…

Ora, sulle parole e le cose, lasciando perdere Foucault, mi sembra ovvio che qualunque narratore non faccia “corrispondere le parole alle cose” ma “ritagli le cose per cui ha le parole” (finiamola con la “cosificazione”, il paradigma seicentesco riduzionista ha fatto il suo tempo). E se, continuando con La Porta, “il romanzo è uno status symbol”, non è forse frutto di quella concezione malata che ha visto la nostra Repubblica delle Lettere denigrare sistematicamente qualunque altra forma di lavoro (anche intellettuale) in particolar modo nel settore tecnico-scientifico?

Lo stesso Brevini ammette che la “necessità di cambiare passo si avverte anche nella saggistica. Pensate a quanto erano considerate ‘basse’ le esperienze personali”…e da chi erano considerate “basse”? Dagli idraulici o dai critici?

Brevini continua: “c’è il bisogno di capire cos’è la letteratura, che conta sempre meno quanto più il narrare è diffuso”.  Ne siamo sicuri? O forse è vero il contrario, che più aumentano le narrazioni più emergono nuovi modi di fare letteratura?

Berardinelli esamina le tre categorie di intellettuali esposte nel suo libro: metafisico, tecnico, critico. Ovviamente, protende per il critico, “categoria minoritaria ma universale, a disagio sia con la metafisica dell’essere” che con l’assolutizzazione della tecnica. Per poi giungere alla conclusione che “cosa sia la realtà non è chiaro. Io non credo nella narrativa realistica ma nel romanzo che si occupi dei rapporti tra dentro e fuori, l’oggettivo e il soggettivo, perchè non riusciamo a interessarci nel romanzo di ciò che è ipotetico, perchè si tratta di miti non condivisi”.

Eccoci qua. Ma un romanzo che si occupi “dei rapporti tra dentro e fuori” deve necessariamente “fare il giro intorno alla camera” aborrito da Brevini. E poi, chi l’ha detto che “non riusciamo a interessarci nel romanzo di ciò che è ipotetico”? E’ tutto un fiorire negli ultimi anni di ucronie, “cosa sarebbe successo se?” e compagnia (per non parlare dei romanzi apocalittici a vario titolo)…

Ma la parola chiave è “miti non condivisi”. I miti condivisi sono quelli proposti dai mass-media e rimbalzati, nel web 2.0, sui social-network. E non necessariamente sono nuovi, come dimostra la commistione tra global e glocal. La letteratura si sta misurando anche con questi temi. Perchè gli autori sono persone che vivono un’epoca e sono chiamati a confrontarsi con essa.

La Porta sostiene come “la realtà nel romanzo è un’invenzione in cui tutti si devono riconoscere. Al contrario della cronaca, svela qualcosa. Realtà è rivelazione. La buona notizia è che le molecole dei romanzi si sono inserite nei diversi generi, ed è il lettore che deve ricomporre il romanzo nella sua testa. L’intellettuale critico per me è il lettore che non consuma ma chiede al libro il suo perchè, lo interroga. Il lettore ideale, che incontra i libri per caso, fa interagire la sua esperienza con essi, che dopo avere finito un libro è diverso”.

A parte l’ultima divagazione di sapore vagamente calviniano (penso a “Se una notte…”), a parte che un lettore che “incontra un libro” può anche consumarlo (ognuno stabilisce con la lettura il rapporto che vuole) soffermiamoci sugli altri due concetti. Più che ri-velazione, la realtà proposta da La Porta è dis-velamento. Cioè si toglie il “velo di Maya” dalla Verità, non si rimette ogni volta. Il problema è che la realtà non è una cosa. E’ risultante di processi, di sistemi di sistemi. Ed ogni volta che scopriamo un punto di vista nuovo, questo ci svela ma nello stesso tempo ci rivela ancora il reale. Le “molecole del romanzo” fanno il paio con “il sogno di La Porta” (“ebbene sì, anche io ho fatto un sogno. Ho sognato che La Gioia scriveva smaglianti reportage antropologici, Baricco articoli sull’opera, Piperno saggi letterari, tutti diversi dal romanzo”).

Peccato però che il romanzo dall’Ottocento in poi si sia già evoluto nelle forme più disparate e questo sembra molto un tentativo di  “forzare dall’alto” una categoria che ha saputo accogliere nella storia gli esperimenti più audaci.

“Adesso che le parole le abbiamo, possiamo raccontare la realtà?” si chiede e chiede Brevini. Certo che sì. Anche quella letteraria. Magari però scendendo dal piedistallo e notando che c’è qualcosa, là fuori.

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