Viaggio per immagini negli anni 70: quale memoria? Daniele Protti a Tabularasa

da www.strill.it

di Josephine Condemi – Sangue sulle strade. Lenzuola che coprono cadaveri. Manifestazioni. Il treno Italicus distrutto. Piazza Duomo a Milano deserta.   La folla ai funerali delle vittime di Piazza Fontana. Un uomo sulle macerie dopo il terremoto in Friuli. Un eroinomane. Arbore e Boncompagni. Franco Basaglia. Bob Dylan. La rivolta di Reggio. Oriana Fallaci che intervista Ciccio Franco. L’ICMESA, la fabbrica di veleni. Braccia tese. Pugni chiusi.

Un’immagine è tanto più evocativa quanto simbolica. Ma l’attribuzione di significato è processo collettivo, un simbolo è tale se condiviso. E per essere condiviso, deve essere elaborato. Per questo, molte delle immagini che Daniele Protti ha fatto scorrere sullo schermo del Polimeni più che simboliche erano storiche.

Facevano parte della storia, di un tempo trascorso ma (almeno la maggior parte) non appartenenti all’immaginario collettivo. “Un viaggio nella memoria è un esercizio non solo culturalmente ma umanamente valido. Ricordare da dove veniamo serve perché molti dei problemi attuali sono nati allora o allora avevano una diversa collocazione.”

Scatti che non fanno parte dell’immaginario collettivo perché ancora non elaborati. Molte delle vicende legate agli scatti oltre quarant’anni dopo non hanno trovato un epilogo. E parlarne fa ancora male, rischia di smuovere l’automatismo più rapido, la vera eredità di quegli anni: “la logica perversa dello schieramento mentale è nata allora. ‘O di qua, o di là’, senza vedere la complessità dei problemi. Semplificare significa che qualunque pensiero viene ridotto come appartenente a qualche ideologia” da esaltare o demonizzare. “Ripensare alla storia è recuperare il coraggio di avere dei dubbi e la capacità di documentarsi. ..non siamo ancora usciti dal caso Moro”.

Tra gli scatti, quello del ritrovamento del cadavere. Con tutti i suoi strascichi. “Io mi chiedo:  ma visto che le BR erano in venti in via Fani, ed ogni giorno Moro con l’autista e la scorta decidevano in accordo con la Centrale che tragitto percorrere lì per lì, chi ha dato la soffiata?perché non è pensabile potessero pensare di appostarsi in tre posti diversi vicino casa Moro… erano in venti! E poi: perché i Moretti, i protagonisti delle BR di quegli anni, tutti condannati a vari ergastoli, sono tutti fuori? Quando Vallanzasca ha avuto quel famoso permesso, tutti si sono indignati. Ma io mi chiedo: perché Vallanzasca è stato l’unico a farsi 40 anni di fila di galera? E tutti gli altri dopo 15-16 anni sono usciti? Perché Senzani non ha mai parlato?”.

Degli anni settanta ci resta “il rifiuto delle difficoltà, la ricerca del modo più rapido per avere qualcosa, sia il modo legale o illegale, l’idea che sia tutto facile”. E che quindi le immagini “scomode” (ma storiche) non vadano “rispolverate”, cosicché il trauma latente non passi mai. Tirarle fuori diventa uno scandalo.

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