“Per vincere bisogna partecipare”: Oliviero Beha a Tabularasa

da www.strill.it

di Josephine Condemi-“Memoria più associazione di idee. Magari sarò meno bravo di altri colleghi ma sono convinto che la realtà sia un mosaico e si debbano mettere insieme le tessere per capire il disegno. Oggi non si capisce come stanno le cose perché non si fanno i collegamenti tra i vari aspetti, non si fanno ponti”.

Oliviero Beha mette al centro il problema delle storie. Delle storie taciute (“la vera censura è quando di una cosa non si parla. Io sono stato cacciato dal tg3 dalla Berlinguer, lo avesse fatto Minzolini sarei diventato un eroe, invece non se ne deve parlare”), di quelle interrotte (“l’Italia è stato l’unico paese insieme al Giappone, che infatti è in crisi, a trasformare repentinamente la sua società da contadina ad industriale. Lo abbiamo chiamato miracolo, ma questo ha portato alla cancellazione della cultura popolare che aveva retto per generazioni: abitudini, rapporti, comportamenti che formavano l’italiano medio, improvvisamente spiazzato”) e lui stesso parla per storie (“perché la teoria sembra astrusa, la storia coinvolge”). Parla degli autisti delle auto blu che lo fermano per chiedergli del campionato (“il calcio ha una grande funzione di contatto, è un’occasione unica di comunicazione al di là di differenze sociali ed economiche”), dei taxisti e di come ha scoperto che esiste un ufficio (o quantomeno un impiegato) al Ministero degli Esteri addetto a togliere le multe ai diplomatici stranieri, e procede quindi per aneddoti, “perché è più interessante divagare per poi tornare al punto”. Il punto è che il paese sta male.

E non se lo sa raccontare (torniamo al problema delle storie) perché non ha memoria. “Se non sai da dove vieni, non sai chi sei e non puoi progettare il futuro.” Il “maggioritario dell’informazione” non aiuta: “l’unico maggioritario che si sia mai realizzato in Italia, quello dell’informazione, ha fatto sì che ai miei colleghi sembrasse autonomia quella di sparare a zero sulla parte politica non di appartenenza, ma la realtà non è una torta che va tagliata in due. E questa logica ce la porteremo per molto tempo ancora”. E ancora, “Berlusconi è figlio del berlusconismo, cioè di una mentalità che esisteva molto prima di lui. Da sudditi siamo diventati consumatori, di beni e di politica, senza il passaggio fondamentale della cittadinanza. Pensate che dopo Berlusconi sarà come accendere un interruttore per fare tornare la luce ma è tutto l’impianto elettrico da rifare!”

E, a proposito di elettricità, neanche un momentaneo blackout sul lungomare ferma Beha: “Per vincere bisogna partecipare. Perché dobbiamo fare andare i nostri figli tutti all’estero (a parte l’improbabiltà che ci riescano tutti)? Per quanto tempo ancora siamo disposti a sopportare?  I giovani avevano la certezza che, se uno corre più veloce, arriva prima dell’altro. E invece no, perché gli truccano il cronometro. Questa mancanza di meritocrazia porta al rovescio della medaglia: l’invidia sociale. Non pensate ci sia stato un gigantesco concorso di colpa per arrivare a questo?” Forse siamo ancora in tempo per ricominciare a scrivere la storia. La nostra.

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