Percezioni d’Italia: Cros, De Sanctis, Horrocks, Marques, Pullella a Tabularasa

da www.strill.it

di Josephine Condemi – “In Italia i problemi sono noti e tutti si chiedono: cm è possibile che in un paese con una cultura così antica, non si riesca a risolverli? Non si risolvono perché c’è qualcuno che non vuole che si risolvano o è la società che non ce la fa? Stando da molti anni in Italia, ho capito che il senso dell’interesse comune non è sviluppato: la gente è abituata a cavarsela a livello individuale, questo non fa bene e questo dobbiamo raccontare.” Thierry Cros è sul palco di Tabularasa. Insieme a Philip Pullella e Gina Marques sta spiegando come si fa a raccontare l’Italia a chi non è italiano, a chi in Italia non ci vive.

Pullella ha sottolineato come “fare il corrispondente dall’Italia è più difficile che fare il corrispondente per l’Italia. Per spiegare cosa succede ci sono due modi: o usando gli stereotipi (per cui tutti gli uomini italiani sono Marcello Mastroianni) o cercando di capire. Questo è più difficile anche perché le strutture, gli uffici stampa, non agevolano il nostro lavoro. Ma chiunque faccia il giornalista vuole venire a lavorare in Italia, è un paese affascinante, ogni giorno succede qualcosa”.

Eppure, qualcosa non quadra: Marques dopo 24 anni ancora non si spiega “il gusto italiano della lamentela”, Peter Horrocks (il direttore della BBC World Service) evidenzia “la contraddizione tra le cose che ci fanno amare l’Italia (il cibo, la gente, il paesaggio) e i problemi economici, le situazioni che aleggiano nell’aria. Il problema” ha continuato “riguarda le regole. Gli italiani le rispettano? E la mancata osservanza delle regole, in un momento di crisi come questo, che impatto ha? Vedere che governo, economia, media non fanno gioco di squadra (un problema che riguarda molti paesi mediterranei) crea una questione di credibilità” .

Il problema delle regole che nella stampa si traduce, ad esempio, nel problema delle pubblicazioni e delle intercettazioni giudiziarie, e al caso “News of the world” (sebbene per Federica De Sanctis “ogni caso è diverso e va trattato a sè”). “Qui in Italia si pubblica di tutto. In Francia non vedrete mai un riga sui giornali di quello che si è detto nella stanza di un giudice in un interrogatorio” ha affermato Cros.

Pullella ha ricordato come sarebbe facile individuare i responsabili: “se nel momento in cui l’indagato parla ci sono lui, il giudice e lo stenografo, e il giorno dopo esce il testo sui giornali, certo non sarà stato qualcuno fuori dalla stanza a passare la notizia!” E’ vero, il caso “News of the World” è diverso per molti aspetti dagli scandali (?) derivati dalla pubblicazione disinvolta di intercettazioni telefoniche relative a procedimenti giudiziari, ma il basso continuo è la voglia di gossip, la morbosità. Non sarà che, per dirla con Marques, “la gente, abituata a trattare le star come semidei, quando vede che sbagliano li fa scendere dall’Olimpo e li riporta al livello comune, e quindi sta sempre lì a vedere dov’è il fondo del pozzo”? Per scavare sempre più giù.

La differenza di prospettiva sulle questioni italiane tra chi è italiano e chi non lo è,  c’è. La narrazione viene di conseguenza: Cros ha dichiarato come “ogni volta che controllo la rassegna stampa italiana c’è un distacco enorme con quello che abbiamo raccontato noi”. Ancora più drastico Pullella: “il problema più grosso della stampa italiana è l’autoreferenzialità. Il pezzo è scritto per il direttore, per il collega, non per il lettore. Non so se si mandano messaggi; di certo si possono fare giornali con molto meno giornalisti. Il giornalismo italiano dovrebbe tornare a essere più umile, al concetto della ‘mosca sul muro’, cioè dire quello che si vede, non quello che si pensa”.

E arriviamo al paradosso per cui a detta di molti il tg più imparziale d’Italia è proprio proprietà di quel Murdoch che tanto sta dando da pensare, al di qua e al di là dell’oceano (qualcuno ha scritto in questi giorni, che, parafrasando Brecht, si potrebbe dire “ci sedemmo dalla parte della ragione visto che tutti gli altri erano occupati”). Un altro paradosso italiano.

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