Tornare alla storia per guardare al futuro: Pino Aprile a Tabularasa

da www.strill.it

di Josephine Condemi – “Si divide chi non si conosce, perché è quello che non sai che ti fa paura. La consapevolezza unisce.” Per Pino Aprile la consapevolezza è la consapevolezza della storia.  Una storia fatta da “i vincitori perché i vinti non devono ricordare”, una storia che va rivisitata, perché “la storia cambia: puoi scoprire qualcosa di nuovo e comunque ogni giorno sei più lontano dagli avvenimenti, li puoi guardare in modo diverso.” La storia è quella del Risorgimento, dell’Unità d’Italia. Una storia la cui verità, sostiene Aprile, “è stata negata a tutti”. Una storia che il Sud ha rimosso, perché “nessuno può vivere con un dolore troppo grande”:  “pesa sulle spalle dei meridionali una colpa fatta propria, quella di avere perso, di essere stati sterminati”, in una “guerra durata più di dieci anni” .

Pino Aprile parla di eccidi, di stupri di massa, di saccheggi, di paesi rasi al suolo, di “liberatori” scesi a salvare i disperati. “Ci sono studi del Cnr, della Banca d’Italia, della Camera di Commercio che sostengono che Nord e Sud erano almeno alla pari prima dell’Unità”.  L’unità d’Italia come un processo funzionale alla “creazione di una colonia interna, il periodo storico era quello: il sistema di costruzione dell’economia moderna, ce lo aveva insegnato la Gran Bretagna, si fonda sull’accumulazione primaria per arrivare al capitale”, riprendendo Marx. Marxismi a parte, di certo, “nessuno era mai fuggito dal Sud prima dell’Unità, ed erano arrivati qui tutti i popoli. Dal 1861 emigrarono tra i 16 e i 20 milioni di persone: nessun paese ha avuto un salasso umano così grande”. Perché non ci fu solo il Risorgimento: “dopo la seconda guerra mondiale, i soldi destinati al risarcimento del sud furono impiegati, su richiesta del presidente di Confindustria subito approvata dal Parlamento, per riassestare le imprese del nord. E quando Di Vittorio chiese: ‘e i miei cosa mangiano?’ gli risposero ‘se vogliono mangiare, devono venire al Nord’”.

Una volontà politica di mantenere uno status quo di paese, nei fatti, diviso. “Una colonia non può produrre, non può fare concorrenza, deve solo consumare” ha continuato Aprile “Ma per consumare bisogna avere un reddito, quindi aumentano gli impieghi pubblici. Ciò comporta un’ ipertrofia amministrativa direttamente proporzionale all’ aumento di corruzione. Si distribuiscono redditi di sussistenza (come le pensioni di invalidità) per tenere controllati, soggiogati, aggregati i votanti e si sviluppa una sola industria: la violenza. Tutte le ex-colonie sviluppano le mafie, che sono non contro ma per il potere, il braccio armato per tenere soggiogata la popolazione. La mafia qui versa il sangue ma lì versa i soldi, tutti sanno con chi hanno a che fare, e si dividono gli utili. Il politico in una colonia gestisce un potere non suo: ecco che in sede locale abbiamo i potentati. E” ci tiene a sottolineare “non è un problema di schieramento: le colonie votano sempre per il governo in carica”.

“Oggi è sempre figlio di ieri”: e se ancora dopo 150 anni “Matera non è raggiungibile né in treno, né in autostrada, né in aereo”, se “l’alta velocità si ferma a Salerno”, se c’è un’evidente disparità di opportunità, se “il ministro per la Semplificazione ha annullato il decreto che annetteva il Veneto e Mantova all’Italia”, forse è il caso di farsi qualche domanda. “La Calabria è la regione che sta studiando di più se stessa: coloro che scelgono antropologia culturale per studiare la propria regione sono aumentati in maniera esponenziale negli ultimi anni” ha evidenziato Aprile.

“Questa gente è qui stasera perché ha scoperto di sapere poco di sé e vuole ritrovare se stessa”. Nella storia dei padri.  E ritrovando l’identità, progettare il futuro.

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