“La realtà non si forma che nella memoria”…

da www.strill.it

di Josephine Condemi – “Mi son detta: proviamo”. La voce di Nicoletta Inzitari è ferma, anche se roca. “Io non pensavo proprio di andarci, ma ho deciso di provare”. Provare, se non a perdonare, quantomeno a capire. Alla presentazione (ieri sera, Palazzo della  Provincia, ore 17.30) di “Bianco come la vaniglia” di Paola Bottero e “Tra le mura dell’anima” di Marcella Reni e Carlo Paris, Nicoletta Inzitari è la figura di snodo.

E’ attraverso i suoi occhi che la Bottero ha descritto la passione per la vita del fratello Francesco, assassinato nel 2009 a soli diciotto anni in un delitto ancora irrisolto; ed è stata sempre lei, Nicoletta, ad avere accettato la proposta di Reni e Paris, “provando” a partecipare al progetto Sicomoro, in cui i detenuti incontrano i familiari delle vittime di reati analoghi a quelli commessi. Faccia a faccia, sette detenuti e sette familiari, con il supporto di mediatori del progetto, ma senza barriere, senza filtri, per otto incontri/scontri. Il primo esperimento, in Italia, nel carcere di Opera.

“Non è perdono, ma qualcosa è cambiato nella mia concezione mia dei detenuti e viceversa. La prima volta, ci siamo salutati a malapena. Ho visto persone molto sole. Il sentimento che ho provato più spesso è stata la tenerezza. Loro solo dopo hanno capito che uccidendo una persona si uccide anche la sua famiglia. Uno di loro era in carcere per avere ucciso l’assassino di suo padre. Abbiamo avuto un dialogo, mi ha detto di essere colpito dal fatto che pur subendo la stessa violenza io portassi avanti scopi differenti. Non so perché, ma io non volevo, non potevo rispondere alla violenza con la violenza” ha raccontato Nicoletta. A guardarsi occhi negli occhi cambia qualcosa. Ci si scontra, “Tra le mura dell’anima”.

“Questo libro mi ha causato una crisi interiore sui miei 40 anni di magistratura” ha dichiarato Salvatore Boemi, ex magistrato antimafia oggi Presidente della Stazione Unica Appaltante.  “Un fallimento, perché già negli anni ‘70-71 ci domandavamo come uno Stato potesse sopportare di avere le carceri di Locri, Cittanova, Palmi. Abbiamo scritto volumi in cui scrivevamo che non era civile operare in quelle condizioni, che proprio in quelle condizioni si creava la manovalanza del crimine. Il fallimento della democrazia nasce da come si trattano le carceri, in cui ci sono individui che hanno diritti, tra cui quello di non essere stuprati, né fisicamente né moralmente. Abbiamo fallito, perché non abbiamo modificato una situazione che adesso è peggiore di prima. Parlavamo di dissociazione, non di pentitismo, e non se n’è fatto niente. La ‘ndrangheta l’hanno voluta scoprire ora. Chi sta fuori, fa affari, chi dirige le leve del potere non la chiamo zona grigia ma contiguità colpevole. Io oltre al magistrato ho sentito l’esigenza di fare altre cose, quando non mi facevano andare in Europa, dove ci sono i soldi, le nuove leve della criminalità. Libri come questo pongono seri problemi anche di natura giudiziaria”. Oltre che civile e umana.

La Reni, direttore nazionale del “Rinnovamento nello Spirito Santo” ha tenuto a sottolineare come “questo percorso non ha convertito nessuno. Chi lo era, è rimasto di fede differente. Speriamo di fare partire il progetto a Secondigliano o più probabilmente a Poggioreale e a Palermo”. La Bottero ha concluso: “Non mi sono mai spiegata perché essere nati e avere scelto di continuare a vivere in questa terra, dovesse significare convivere quotidianamente col dolore. Un dolore dignitoso, ma immenso. Questa realtà non mi piace, e penso che una memoria più consapevole possa creare una realtà diversa.” Una memoria condivisa che passa attraverso la lettura, il racconto, l’incontro/scontro delle storie.

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