Sanremo 2012 e l’Italia in attesa di giudizio

“Ogni volta che le nostre tristi società, in perpetua crisi di sviluppo, prendono a dubitare di se stesse, paiono domandarsi se abbiano avuto ragione di interrogare il loro passato, o se l’abbiano interrogato bene”, scriveva Marc Bloch nel 1942.

Ora: non sappiamo ancora se questa crisi sarà di sviluppo, ma di certo anche a Sanremo in questo 2012 la domanda di senso non ha tardato a farsi sentire. Prima, durante e dopo.  E, appunto, ogni volta che si ricerca un senso, ci si rivolge alle grandi narrazioni: la Storia, e la Metafisica, innanzitutto.

“Ho/ dato la vita e il sangue per il mio paese/ e mi ritrovo a non tirare a fine mese/in mano a Dio le sue preghiere./ Ho/ giurato fede mentre diventavo padre/ due guerre senza garanzie di ritornare/ solo medaglie per l’onore./ Se/ qualcuno sente queste semplici parole/ parlo per tutte quelle povere persone/ che ancora credono nel bene”: inizia così la canzone vincitrice di questa edizione, “Non è l’inferno”. Un urlo di un paio di minuti per rimettere l’Italia al giudizio del tribunale della Storia, e di quello divino. La stessa cifra che non a caso ha caratterizzato i monologhi di Celentano, sempre più apocalittici, inorganici e, se si può dire, insofferenti nella sofferenza.

Si voleva innovare, in questo festival, facendo irrompere all’Ariston il “paese reale” ma affidandosi contemporaneamente al passato prossimo, sia esso in versione rassicurante (Gianni Morandi) che trasgressiva (Adriano Celentano).  Si è creato un corto circuito confuso, in cui alla volontà di rievocazione monumentale (la serata dedicata alla musica italiana nel mondo) si alternavano siparietti spiazzanti nella loro crudeltà (Dolores O’Riordan che, candidamente, sollecitata da un ancor più candido Morandi, ammette come Sanremo fuori dall’Italia sia praticamente sconosciuto).

Perché il problema delle narrazioni totalizzanti è che pretendono di essere uguali per tutti, di riuscire a dare dei ruoli definiti a tutti, quindi di riuscire a giudicare tutti. E’ meglio quindi ammettere la propria sconfitta, il proprio assoluto senso di impotenza, tanto “Sono solo parole” (arrivata terza)? La sensazione è che Sanremo più degli altri anni ci abbia restituito la pancia del paese: istintiva, viscerale, concreta (“Non lo pretendo/ma ho ancora il sogno/ che tu mi ascolti e non rimangano parole”). Il problema è che questo “tu” si rivolge tanto al capo di governo quanto a un’entità superiore che ci dica “cosa devo fare per pagarmi da mangiare/per pagarmi dove stare”, quindi a un superuomo qualsiasi che ci cacci d’impiccio. Dall’urlo al piagnisteo il passo è più breve di quanto non si pensi.  In attesa di giudizio.

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3 thoughts on “Sanremo 2012 e l’Italia in attesa di giudizio

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