Tabularosa: la differenza (d)e (l) la frontiera…

Minuendo, sottraendo, resto o differenza. Quello che rimane. Lo scarto.  Che dà il titolo però pure al processo, all’operazione che toglie, toglie da qualcosa che è più. La differenza è quindi il meno. Il meno è negazione, il meno è negativo. Chi fa una differenza vuole proprio arrivare al risultato che si chiama, appunto, differenza. La differenza non è piena. E non è vuota. Come direbbe qualcuno, sta nell’interstizio. La differenza sta nel non. O forse no.

In questo momento, stiamo facendo una differenza. Voi leggete, e io non ci sono. Ma ci sono. Io scrivo, e voi non ci siete. Ma ci siete. Non solo: di tutte le parole che si possono utilizzare, ne stiamo scegliendo solo alcune, e non altre. E voi da quello che sto scrivendo state cercando (più o meno disperatamente) di cogliere tra le mille possibili qualche informazione che, scriveva Bateson, “è una differenza che crea differenza”.  La differenza è una definizione in negativo, l’opposto del termine positivo: non-bianco, non-bello, non-buono. Non-uomo. D’altronde, la nostra logica si è costruita così: o è, o non è. Bisogna vedere cosa mettiamo al centro, cosa è, da cui poi far derivare la differenza.

Tabularosa ha posto continuamente davanti alle ospiti il problema della definizione in negativo:  se cambiamo il termine di riferimento condiviso, diventa non-nero, non-brutto, non-cattivo. Non-donna. Ma la struttura (logica) rimane uguale, non se ne esce. Bisogna vedere allora cosa si intende per “bianco”, “bello”, “buono”.“Uomo”. E’ il problema del prototipo, quello che ha tutte le caratteristiche “giuste”, con cui confrontare gli altri. E fare la differenza. Banalmente lo si può chiamare anche problema del “modello”: qual è l’Uomo? Qual è la Donna?, arrivando alla Definizione.

Tabularosa modelli in senso stretto non ne ha forniti, ma ha fatto sì che venissero scambiate testimonianze. Pluralità di volti, storie, esperienze irriducibili ad una parola, o ad una frase. Nessun prototipo. E ne sono venute fuori discussioni centrifughe, discontinue…perché de-finire è etimologicamente tracciare un confine. Il cui senso lo si attribuisce insieme, in maniera orizzontale. E ognuno ci troverà la differenza, che diventerà quindi un surplus di significato da incrociare con altri. Perché è impossibile trovare la Differenza universale, e i confini dipendono dagli osservatori… Nel momento in cui emergono le gradazioni, le sfumature che stanno in mezzo all’ “è, non è”, il confine diventa frontiera… arrivederci a Tabularasa.

 

 

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One thought on “Tabularosa: la differenza (d)e (l) la frontiera…

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