Di lastre di ghiaccio, periferie e centri…

Stessa terra, nuovi occhi. Lo scatto e l’immobilismo” è il titolo del progetto che con gli altri ragazzi del Rhegium Julii abbiamo deciso di portare avanti per questo 2012… Non bastava “Stessa terra, nuovi occhi”? C’era bisogno di aggiungere “Lo scatto e l’immobilismo”? Me l’hanno domandato e me lo sono chiesto tante volte, anche dopo avere de-ciso per il sì, mettiamolo, che ce n’è bisogno. La conferma l’ho avuta ieri sera, in un contesto più o meno vicino, più o meno distante.

Per la presentazione di un libro su Africo l’autore è riuscito a recuperare le immagini originali scattate nel 1948 da Petrelli per “L”Europeo”, quelle, per intenderci, che avrebbero fatto riscoppiare il “caso Africo” a livello nazionale. In bianco e nero, quelle foto parlavano di un passato che non c’è più, ma che c’è stato. Descritto con gli occhi del “forestiero”, di chi viene da altre realtà e rimane sbalordito da quello che trova. Più o meno la stessa sensazione che doveva muovere Stajano, anche se lì, e forse non è un caso nemmeno questo, vi ho trovato più forte una filosofia della storia d’impianto marxista che Narrava l’avventura di liberazione delle masse contadine e i suoi alterni risultati. Una narrazione, pure questa, fatalmente etnocentrica (rimando alle splendide analisi di Young nel suo “Mitologie Bianche”).

E poi succede che in questi anni una comunità piccola e sparsa per il mondo come quella africese incomincia a raccontarsi dall’interno, ricordando frammenti di figure, personaggi, storie vissute appunto da chi “c’era dentro”. Siccome penso che non è il passato che ci fa capire meglio il presente, ma è il presente che ripetutamente interroga il passato e lo rielabora con gli strumenti dell’oggi (e in questo ho imparato da Bloch, Croce, Collingwood tra gli altri), la prima impressione potrebbe essere quella di una “fuga” nel mito del bel tempo antico e di “quanto è bello il mio paesello”.

Una fuga collettiva, perchè di questa produzione letterario-antropologica la Calabria ne è piena (Vito Teti docet). Il caso di Africo è poi emblematico: una piccola comunità alle pendici dell’Aspromonte, isolata dal mondo, nel 1951 colpita da una catastrofica alluvione, sballottata di qua e di là per anni e infine trapiantata in un comune lungo la costa in un ambiente completamente diverso da quello in cui aveva vissuto. Trauma di sradicamento, distruzione del tessuto produttivo e dell’identità sociale. Con due reazioni: l’ostentazione del passato e dei riti tradizionali, la rimozione.

Una fuga, dicevamo. Dai ritratti però che sono emersi ieri sera sembrava qualcosa di più che una “metafisica del luogo”, per dirla ancora con Vito Teti. Questa comunità che si racconta dall’interno forse non ne è pienamente consapevole ma quando comincia a parlare di persone che commerciavano il baco da seta, persone che andavano ai pellegrinaggi, fa scricchiolare l’immagine dell’isolamento totale affiancandola ad un’altra, che parla di mobilità, seppur relativa (ma quanto? sarebbe da approfondire).

Ieri sera ci si è mossi su un filo sottile: quanto servono quelle immagini di Petrelli, oggi? Qual è il punto di equilibrio tra la rimozione e l’etnocentrismo?

La differenza è tra chi vede solo ghiaccio al Polo e chi spaccando la lastra scopre tutto l’ecosistema marino nelle profondità…

Perchè l’identità è dinamica e storica, fortunatamente. Le immagini del Petrelli hanno immobilizzato una realtà che non è  più quella. Occorre scattarne altre, di immagini. Altre, di narrazioni. E ripensare le une e le altre, soffermandosi sulla direzione dello sguardo. Ecco perchè “Lo scatto e l’immobilismo”. Ogni immagine paradossalmente svela e rivela, scopre e ricopre, e scattando immobilizza. Il paradosso della conoscenza è insieme slancio e immobilità. Vedere la lastra di ghiaccio, andare giù, tornare su, fare il punto.

Ecco perchè un paesino come Africo, i paesini dell’area grecanica, qualunque paesino periferico può davvero essere la quintessenza del glocal. Purchè si incrocino gli sguardi.

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