“Green Italy” tra sindrome di Figaro, problemi di governance e esperienze concrete

da http://www.strill.it

di Josephine Condemi -Quando si parla di green economy, il primo rischio è quello di cadere nella “sindrome da Figaro”: parlare sempre e solo “di qualità, di qualità, di qualità” (senza specificare a cosa ci si riferisca) con conseguenti “bravo, bravissimo, bravo bravissimo/fortunatissimo per verità!” (in relazione agli esempi considerati). Il secondo è quello della strumentalizzazione politica, o, più in generale, del ruolo e dell’atteggiamento della politica nei confronti di queste questioni. La politica c’entra/la politica non c’entra, insomma. 

Il libro di Ermete Realacci, “Green Italy”, presentato ieri a Palazzo Campanella, evita il primo rischio non solo elencando le imprese che da Nord a Sud fanno economia reale non per “fortuna” ma per la tenacia di credere in un progetto, riducendo i consumi e aumentando i profitti, ma perché prova a tracciare le linee di forza di un modello che è già italiano, mettendo per iscritto quello che molti intuiscono ma non dimostrano per la mancanza di dati a sostegno: “l’anno scorso quasi il 40% dei nuovi posti di lavoro in Italia sono stati prodotti da settori che in misura varia avevano investito in ambiente, innovazione, ricerca estetica: non possiamo competere con la Cina abbassando i diritti, inquinando di più, pagando poco i lavoratori, non solo perché, se vogliamo, è sbagliato dal punto di vista etico, ma perché è perdente come strategia economica. Qualità significa meno quantità e più valore, meno consumo di materie prime, territorio, energia, più attenzione alla traduzione dei nostri saperi tradizionali a livello globale… ad esempio, l’industria vinicola: ha ridotto del 50% la produzione ma vale sei volte di più ed è riuscita a imporsi nell’export. Così come il settore della concia, o delle calzature. A prescindere dalla politica”.

E arriviamo al secondo rischio. Non solo perché Realacci è parlamentare Pd, non solo perché l’incontro di ieri sera è stato organizzato dal movimento “People4Change” di Demetrio Naccari Carlizzi che coordinava il dibattito (presente anche l’ex ministro Gentiloni), ma proprio sulle diverse concezioni della politica che c’entra/non c’entra: a Nino Marcianò della Confesercenti che ha dichiarato come “in Calabria sono esperienze che faticano ad affermarsi perché manca l’indicazione programmatica di governance” (altrimenti detto, la politica dei partiti), con “l’Ue che ha preso l’impegno entro il 2020 di ridurre del 20% il consumo di energia, e di aumentare del 20% le rinnovabili e qui ancora rincorriamo i problemi idrogeologici, il malfunzionamento dei depuratori, i problemi strutturali” sottolineando che “l’impegno è pretendere politiche che garantiscano la libertà d’impresa”, Pietro Molinaro della Coldiretti Calabria ha ribattuto evidenziando come “la Calabria deve smettersi di sentirsi il brutto anatroccolo. Ci vuole un contesto favorevole, che non consideri l’agricoltore uno sfigato che non ha potuto o voluto fare altro nella vita. Noi non possiamo de localizzare, ci teniamo al territorio. Non è un discorso di schieramenti politici, manca un programma a lungo respiro che riguardi non solo i fattori di produzione ma le imprese di responsabilità sociale, i cittadini, ci vuole un gioco di squadra”.

Insomma passare da un modello della politica dall’alto a un sistema trasversale che coinvolga tutti i partiti, le istituzioni, le persone che vivono sul territorio. Senza retorica, la più grande ricchezza che c’è rimasta. Troppo importante per lasciarla alle beghe pseudo-ideologiche dei partiti. Insomma, si chiede alla Calabria di diventare (o, quella che c’è, mostrarsi visibilmente) società civile. E’ chiedere troppo?

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