Quale università? A Tabularasa confronto Italia-USA…

da http://www.strill.it

di Josephine Condemi – Che gli studenti siano cambiati, sono tutti d’accordo. Che l’università italiana non stia attraversando un buon momento, pure. Ma sulle cause e le soluzioni al problema, inevitabilmente gli ospiti di Tabularasa divergono.

Per Susana Cavallo, Dean of Faculty del “John Felice Rome Center” (University of Chicago) “il sistema mediterraneo è in crisi perchè i programmi non sono cambiati a fronte di studenti in continuo movimento: sono ancora trascurate le opere femminili, non si fa caso alle esigenze degli studenti di colore (in continuo aumento), è completamente trascurata la popular culture. Perché studiare Verdi e non fare un approfondimento sulla canzone napoletana? Anche quella è cultura”.

E lì sorridi, perché ti ricordi che popular culture è tradotta in modo dispregiativo come cultura “di massa” ed è ancora considerata come cultura “bassa”, non canonica (chè l’influenza francofortese è ancora forte), e poi ti viene in mente quella direttiva ministeriale in cui erano stati cancellati Quasimodo e Deledda dai programmi scolastici, e ti rendi conto che tra il modo di pensare statunitense e quello italiano c’è un abisso. Che gli ospiti italo-americani hanno provato a scavalcare: “ma a cosa serve l’università?” ha domandato James Walston (American University of Rome), “Come macchina per insegnare e fare ricerca? Chi paga queste spese e come?” sottolineando come “forse sarebbe più opportuna una riforma che giudicasse non solo i docenti ma anche gli studenti usciti dagli atenei… hanno trovato lavoro? Che posizione occupano?”

La riforma è stata infatti l’argomento più gettonato dai relatori nostrani: se per il rettore dell’ Università per Stranieri Salvatore Berlingò “c’è stata un’orchestrazione  (a cui i media non sono riusciti a sottrarsi) grazie alla quale è stata resa impotente, tacciandola immediatamente di paternalismo e baronia,  ogni reazione del sistema universitario che difendesse i suoi aspetti positivi”, per il prorettore della Mediterranea, Francesco Russo, “finalmente il nostro paese sta facendo dei passi in avanti, perché con la valutazione internazionale è finita l’era dell’autoreferenzialità e gli studenti potranno vedere come sono valutati i loro insegnanti”.Il dirigente generale del dipartimento cultura della Regione Calabria, Massimiliano Ferrara, si dichiara “innamorato del sistema USA. E’ indubbio che gli stress strutturali che ha vissuto l’università in questi anni siano enormi, ma il problema non sono i tagli, bensì il cambiamento degli equilibri di governance, con modelli che si stanno importando nel nostro paese… Harvard esiste dal 1636 e si è rinnovata continuamente.”

Il fatto è che il “sistema USA” è correlato ad una società che ha vissuto e vive tempi e storie differenti…  Philip Pullella, caposervizio Reuters per l’Italia e il Vaticano, ha sottolineato come “negli USA ci si adegua molto di più al mercato del lavoro e alle richieste degli studenti… io sono figlio di operai, ho studiato con: borsa di studio, prestito del governo, prestito di banca, programma studio-lavoro” e già la vedi in Italia la gara per le agevolazioni…

L’entusiasmo per il modello statunitense viene raffreddato da Walston: “il debito degli studenti USA ha superato quello dei mutui, in GB si va verso la stessa situazione… negli USA i burocrati del cda controllano i docenti, qui è diverso. E poi, non tutti gli USA sono Mit o Harvard: lo spread tra migliori e peggiori è molto più ampio che in Italia…” Allora, cosa fare? “Personalmente non sono d’accordo con le riforme per decreto, ci vuole condivisione delle scelte” ha evidenziato Ferrara “bisogna trasformare la spesa improduttiva in produttiva, inserendo premialità per tutti, non solo per i docenti ma anche per gli amministrativi, riducendo il numero dei burocrati, investendo su ricerca, didattica, job placement”. “Non credo che l’università si possa sistemare dall’interno”  ha ribattuto Russo “oggi ci sono troppi privilegi e nessuno vuole cambiare, è troppo comodo…” “Bisogna capire se si sta cercando di copiare modelli che nel paese in cui sono stati adottati precedentemente sono stati superati…” ha evidenziato Berlingò  “i sistemi bibliometrici di valutazione non si possono adottare per le materie umanistiche: se uno storico pubblica di storia locale, ad esempio, la rivista interessata è molto probabile che sarà locale, e quindi il ricercatore sarà svantaggiato”. Su questo pure, sono tutti d’accordo: la vera sfida è tra il globale e il locale. Ma, ha sottolineato Walston, “come si trova lavoro qui? Quali sono le qualità richieste? Vale più una buona parola o una buona laurea? Finché il merito conterà meno delle conoscenze, il valore della laurea sarà sempre diminuito”.

E mentre pensi a tutte quelle università che fanno dei “contatti” la propria forza, ti rendi conto che il rischio di uno scimmiottamento (solita deriva antropologica inclusa) è reale, e che l’Italia ha bisogno, anche nel campo universitario,  di trovare una propria strada. Ma che faccia presto.

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