La vita, “Dentro”: Sandro Bonvissuto al Rhegium Julii

da http://www.strill.it

di Josephine Condemi- Sandro Bonvissuto è a Reggio Calabria, vincitore del Premio “F.Seminara” del Rhegium Julii. Il suo libro d’esordio, “Dentro”, è diventato un caso letterario per l’abilità dell’autore di condividere con il lettore tre eventi di una vita con altrettanti racconti: l’esperienza del carcere (“Il giardino delle arance amare”), del liceo (“Il mio compagno di banco”), un momento dell’infanzia (“Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta”). Tre flash, tre quadri a loro volta suddivisi in minipennellate, in frammenti, separati graficamente da uno spazio bianco, cosicché sia chi legge a trovare gli eventuali nessi causali, con la sensazione che capire tutto non è tutto.

 

Raccontare una vita e, forse, la vita attraverso tre momenti è una bella scommessa stilistica e concettuale…

E’ vero, ma credo che la vita abbia due velocità: ci sono gli eventi e ci sono i momenti di transizione che sembrano fatti di niente ma sono altrettanto importanti, perché sono quelli in cui si riamministra la materia del passato e la coscienza chiude dei conti. Io non sono né gnostico né religioso ma credo nei tempi della coscienza, quelli in cui ci si guarda dentro.

Però è un dentro che non trascura il fuori…

Non volevo chiudere un libro che fosse l’emissione di un io narrante, un solipsismo. Il mio protagonista è recettivo, sa che ci sono gli altri, ha la consapevolezza di un mondo che trasmette e che lui è destinato a ricevere e sentire. D’altronde, ho scelto di scrivere in prima persona non solo perché è più facile rispetto alla terza, ma perché in questo modo si viene catapultati già nel racconto, già sei dentro…

Ha fatto molto rumore il primo dei tre racconti, in cui l’io narrante descrive la propria esperienza in carcere e tra l’altro dice : “In carcere è come se dessero la stessa medicina a tutti i malati, anche se affetti da patologie diverse. La stessa pena per tutti. C’è molta più fantasia nel crimine che nella pena” e anche “oggi so perché la sorte dei detenuti non interessa a nessun politico: perché i detenuti, mediamente, non votano più”… delle considerazioni sociologiche o cosa? 

Sono considerazioni di carattere commerciale: il detenuto non interessa perché non è più un cliente del sistema. Quando perdi i diritti politici e non puoi sostenere la meccanica di una grande democrazia, non sei più un cliente a cui far vedere lo spot, quindi perdi di significato, non interessi più alla politica…

Ma molti i diritti li hanno persi perché hanno compiuto dei crimini contro il sistema… non se ne esce facilmente…

Per me i detenuti  sono un grande patrimonio per la democrazia: le loro storie, gli errori che hanno fatto, andrebbero studiate, perché mostrano in modo macroscopico le falle del sistema. Io penso che la colpa non possa essere esclusivamente del detenuto, e credo che le circostanze dominino l’uomo più di quanto egli sia capace di dominarle… Non voglio dire che è giusto che possano succedere delle cose, ma credo che bisogna creare le condizioni affinché non succedano. Per me questo è il lavoro per il progresso: fare in modo che il mondo in cui si vive sia sempre più umanamente compatibile. Credo che in condizioni di grande difficoltà, nella vita, un uomo possa arrivare a gesti molto gravi. Non giustifico, ma mi sforzo di contestualizzare, perché il gesto assurdo non è sempre animato da pazzia, non aprirei sempre scorci sulla psicanalisi.

Nel racconto dedicato all’adolescenza e alla scoperta dell’altro si insiste molto sul “non lo so”…

L’obiettivo del protagonista è fare del “non lo so” uno stile di vita. Perché anche chi sa qualcosa in realtà si riempie di incertezze, dubbi, domande… che male c’è a dire non lo so? E’ un atteggiamento provocatorio di moderato, socratico scetticismo, in un età come quella adolescenziale in cui si ha il coraggio di sostenere anche la convinzione di non avere convinzioni… nell’era del dover sapere tutto, rivendicare il diritto di non sapere, di domandare…

“Dentro” è un libro che paradossalmente già dalla struttura punta sulla pluralità delle interpretazioni, lasciando molto spazio al lettore…

Sì perché per me esiste l’obbligo morale dello scrittore alla condivisione… non mi reputo padrone di niente, il libro è dei lettori. A me è successa una cosa impossibile, una storia che racconto sempre con cautela, perché io per primo diffido del mito dell’ “uno su mille ce la fa”: uscire dall’anonimato di una vita di padre di famiglia, con un lavoro in trattoria, avere la fiducia di un grande editore e pubblicare… non posso fare altro che questa esperienza restituirla alla società da cui proviene…  Anche quest’esperienza a Reggio Calabria, con gente appassionata ai libri, che li ama, li legge, con cui ci si può confrontare, scambiarsi idee…

Nonostante la logica della funzionalità, la tendenza a inscatolare tutto, in “Dentro” si continua a camminare, perché “sulla giostra era meglio, la vita era più bella”. E si può sempre imparare ad andare in bicicletta.

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