La cura, tra la vita e la morte: Giovanna Zucca al Rhegium Julii

da http://www.strill.it

Giovanna Zucca è raggiante: il suo romanzo, “Mani calde”, è il Supervincitore del Premio “F.Seminara” organizzato dal Rhegium Julii (“manifestazione bellissima, una realtà controcorrente che è un miracolo in questa desolazione”). Il libro è la storia di Davide, un bambino di nove anni che dopo aver subito un tragico incidente, in un coma tutt’altro che silenzioso è capace di udire e metaforicamente osservare i suoi genitori, i suoi nonni, il personale sanitario che si prende cura di lui, il primario sgarbato che farà di tutto per salvarlo e con cui stabilirà un legame speciale.

Qual è stata l’idea di fondo che le ha permesso di scrivere?

All’università, studiando filosofia mentre già lavoravo come strumentista in ospedale, mi ha da sempre affascinato la comunicazione che trascende la parola o l’atteggiamento posturale, e bazzicando per lavoro in diverse terapie intensive, mi chiedevo cosa passasse per la testa dei pazienti in stato di coscienza ridotta… Poi vedevo i parenti che sostavano fuori dal reparto certi che i messaggi che inviavano ai loro cari sarebbero arrivati…Studiando, ho capito che nessuno può avere la certezza su ciò che arriva alla coscienza, anche negli stati in cui sia compromessa o gravemente compromessa. Quindi, la comunicazione puoi scoprirla dove meno te l’aspetti, anche tra un chirurgo algido e anaffettivo come un surgelato, che non ha mai comunicato con nessuno perché incapace, e un bambino momentaneamente incapace per deficit fisiologico. Ho scritto quindi di questa comunicazione profonda, inventando questa storia verosimile perché la scienza in questi casi non conferma né smentisce, e supportata dal fatto che ci sono diverse esperienze di persone che si svegliano e dicono di avere sentito gli infermieri che parlavano, i rumori etc… io ci credo a questa cosa…

A proposito di fede:  per la sua esperienza, fino a che punto la fiducia all’interno dei rapporto tra sanitari e parenti del paziente diventa fede acritica, per cui si viene investiti del potere di stregoni che devono guarire per forza?

E’ chiaro che in un momento di difficoltà ci si affida a chi ci può tirare fuori dai guai, ed è umano prendersela con chi è lì, succede: quando esci da alcune porte e prima di te c’è stato il medico con una notizia sgradevole, non puoi aspettarti che ti accolgano felici… Però, ci sono reazioni diverse a seconda di quanto hai investito in una relazione: se per incapacità personale non sei riuscito ad avere comunicazione con queste persone, il dolore farà più fatica ad essere accettato… Nel mio libro vorrei passasse il messaggio che la relazione è curativa, sempre, anche quando le cose si mettono al peggio. Negli ultimi anni si è dato molto spazio nella formazione sulla comunicazione empatica,però bisogna ricordarsi che se per caso qualcuno è spiccio nei modi, non per forza è cattivo o se ne frega, ma ha anche difficoltà a dire delle cose. Non ci si pensa mai perché si pensa di più a chi la notizia la riceve, ma nella mia esperienza ho visto medici anche molto giovani andare a dire cose spiacevoli e trovarsi in prima fila di fronte al dolore… Adesso i pazienti sono più informati, e questo se da una parte facilita, dall’altra obbliga a dovere assimilare, imparare un registro linguistico che permetta di avere un rapporto paritario… Anche per noi figure non mediche è cambiato tutto: quando va male, ti trovi così in difficoltà nel dover rispondere a delle domande che magari non fanno al medico per soggezione, che mi è capitato di fare vigliaccamente il giro lungo per non affrontarli…alcuni ancora li ricordo…il libro l’ho scritto perché non volevo che si perdesse tutto questo…

Colpisce il tono ironico con cui comunque si dipingono le dinamiche tra dentro e fuori reparto…

Io dico sempre che se all’interno della terapia intensiva i pazienti potessero sentire e ascoltare quello che succede sorriderebbero: questo mi piace tanto, in un ambiente inevitabilmente drammatico. L’ospedale è un microcosmo: tutto quello che c’è fuori c’è dentro. Ci sono momenti di altissima umanità e grandissime meschinerie, momenti in cui il lavoro ti pesa e sbotti per i turni, momenti in cui lo fai con passione e non guardi orario, ti affezioni…

Al di là dell’empatia, però, al medico si chiede competenza…

Il chirurgo del mio romanzo sai perché è simpatico? Perché ognuno ha pensato: se sono nei guai,da un chirurgo non mi aspetto che mi dia una pacca sulla spalla, ma che superi se stesso tirandomi fuori dai problemi! Se è anche empatico, meglio, ma non è prioritario…

In Italia viviamo un momento difficile per la sanità… in che modo riuscire a conciliare l’empatia con i problemi strutturali?

Devo dire che lavoro in una regione come il Veneto, privilegiata da questo punto di vista. Però, per mia esperienza ventennale, di certo si richiede sempre di più, le risorse sono sempre di meno e tu sei lì: quando devi fare un esame e il posto libero è fra un mese, è normale che chi lo dice al paziente stia in difficoltà! Però una cosa la voglio dire: secondo me in Italia siamo ancora una sanità che risponde molto bene, perché il diritto alla salute è per tutti. Io non vorrei essere in un paese di quelli dove appena entri al Pronto Soccorso la prima cosa che ti chiedono è l’assicurazione… In Italia, se non hai risposte in una regione, ce l’hai in un’altra. Certo,  non tutti possono avere tutto vicino casa e i trasporti potrebbero funzionare meglio, ma le prestazioni sono ancora gratuite nel nostro paese… Poi, certo, fa più notizia un caso di malasanità a fronte di persone che si sacrificano tutti i giorni, non guardano orario… io li difenderò sempre i nostri medici, perché li vedo.

Giovanna Zucca ha il sangue freddo di chi non nasconde le difficoltà del proprio lavoro ma l’entusiasmo di chi lo fa con passione. Con “Mani calde”.

 

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