“Dentro” di Sandro Bonvissuto

dentro-copertina

Il testo che segue è frutto della presentazione del volume in occasione del Premio Seminara organizzato dal Rhegium Julii il 28 agosto 2012.

Le definizioni per questo libro di Sandro Bonvissuto si sono sprecate: “Un romanzo di formazione al contrario”; “un romanzo non romanzo” e così via…

Ma definire è etimologicamente tracciare un confine, appiccicare un’etichetta, stabilire una linea, un percorso, che lasci in ombra tutti gli altri possibili.

Io non credo che il libro di Bonvissuto sia facilmente definibile perché penso sia uno dei pochi libri in circolazione che non vadano spiegati, vadano letti. Cosicché ogni lettore possa trovare le risonanze, le connessioni che più gli aggradano, il proprio percorso in mezzo ai percorsi, la propria definizione in mezzo alle definizioni. Possa dire io. Con il sospetto che forse spiegare tutto non è tutto.

Partiamo proprio dal titolo: “Dentro”. Ma dentro dove? In relazione a un fuori, certo. Ma quale? Dentro presuppone l’essere inseriti in qualcosa. Una struttura. Un’istituzione. Una società. Eppure, abbiamo sempre associato questa parola solo al carcere. Il dentro per eccellenza, perché non si può uscire. Però, e questa è una delle grandi intuizioni di Bonvissuto, anche in carcere esistono altri dentro: il cortile, il bagno. Ognuno di questi è “un altro dentro, ancora più piccolo”.

Pensandoci bene, però, anche la scuola è un dentro. “Lì dentro, da qualche parte, si nascondeva qualcosa in grado di portarmi via una mano o un altro pezzo di me”…

Ma dentro può anche essere uno spazio aperto, uno spiazzo in cui da bambini si gioca, in cui “non c’era assolutamente niente. Eppure per noi c’era tutto il necessario. E poi noi non andavamo lì per trovarci chissà che, andavamo e basta”.

Dentro insomma è un posto in cui un po’ capiti un po’ ti mettono, che ti appare all’improvviso ma forse c’eri già e non te n’eri accorto, in cui riesci a dire io, ma solo se ti guardano gli altri. E non degli altri qualsiasi, ma quelli che ti stanno vicini: tuo padre, tua madre, i tuoi amici, i tuoi compagni di galera, di scuola, di giochi, quelli con cui ti trovi a condividere gli spazi, materiali e mentali. Dentro è insomma la vita, con dei momenti che ti segnano e rimangono fuori dal tempo, sebbene il tempo continui a passare e probabilmente quei momenti li racconterai in modi sempre diversi.

E’ forse per questo che il protagonista del libro racconta il proprio vissuto scegliendo tre flash, tre quadri, tre situazioni: “Il giardino delle arance amare”, “Il mio compagno di banco” ,“Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta”? Ognuno di questi quadri è composto da tante piccole pennellate che corrispondono a ulteriori brevi flash, graficamente marcati con uno spazio bianco. Non lo so, questa è una delle chiavi di lettura possibili, perché, come dicevamo, spetta poi ad ogni lettore unire i puntini e sviluppare il disegno che preferisce.

Ha fatto tanto rumore il primo dei tre frammenti, in cui il protagonista racconta l’esperienza del carcere descrivendo quello che gli accade e quello che vede, le sue supposizioni, a volte azzeccate a volte destinate ad essere smentite: “Non mi trovavo in un posto dove, come avevo pensato, ci sarei stato solo io e nient’altro. Purtroppo le cose stavano molto peggio di così; nel silenzio avvertii che lì c’era altra gente. Forse due o tre persone. Dovevano essersi svegliate e ora sentivo la loro presenza”. La contiguità. Il problema della convivenza e delle regole. Dello stare nel mondo che il carcere ingigantisce proprio perché è un dentro.

Così come la scuola, un’istituzione che fa “emergere le capacità individuali all’interno di una collettività fingendo di unire, per dividere”. Ma dopo la scoperta del noi dovuta alla prossimità del compagno di banco, non è più la stessa cosa. “Insieme decidemmo all’istante che non aveva senso uccidersi in quella guerra. Noi non volevamo morire, noi volevamo vivere. […] Per le regole della scuola non eravamo, né saremmo mai stati, una coppia di valore. Tanto valeva cambiare direttamente gioco”. “Desert” sussurra Nell a Clov in “Finale di partita” di Beckett. Ma al contrario dei personaggi beckettiani, qui c’è una seconda possibilità, è l’empatia che vince sulla paura di perdere nuovamente la partita, sulla tendenza a inscatolare tutto, sulla logica della funzionalità.

Si continua a camminare, in “Dentro”, nonostante i silenzi intervallati da monologhi di persone che si dimenticano sempre di fare domande ma hanno un sacco di risposte, nonostante non tutto abbia un senso, anzi, proprio per questo.
Mentre camminavo […] ricordo solo che intorno a noi era pieno di gigli bianchi […] la loro presenza aveva dell’incredibile, soprattutto perché erano tanti e belli, e non erano destinati a nessuno. I gigli, poi, non crescono come le margherite, che ricoprono tutte insieme intere zone dei prati […] I gigli no. Se stanno vicini, è per puro caso”. Perché sulla giostra è meglio, la vita è più bella. E si può sempre imparare ad andare in bicicletta.

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