Che cos’è questa cultura (metropolitana)?

identità

da http://www.strill.it

di Josephine Condemi-Il colpo d’occhio c’è: le porte del consiglio provinciale aperte, chiunque può sedersi sulle “poltrone” e interagire.  Il “Forum degli interessi convergenti” sulle città metropolitane di Reggio e Messina:  che ci piaccia o no, un momento storico, in cui ridefinire i concetti di identità, città, e abitazione, in senso lato. 

Inter-esse: etimologicamente “essere tra”  (gli affari di qualcuno), e quindi prendere parte. Le città metropolitane sono state istituite per legge: entreranno in vigore dal primo gennaio 2014, al posto delle province. Una mera sostituzione? Non proprio, visto che ai nuovi enti verranno affidate in più la pianificazione territoriale generale, delle reti  infrastrutturali, la gestione coordinata e l’organizzazione dei servizi pubblici, trasporti compresi.
Il problema passa tra “l’essere tra gli affari di qualcuno” e “prendere parte”, quindi partecipare. In questo passaggio c’è tutto lo scollamento e la polemica tra dinamiche dall’alto, dal basso, trasversali eccetera.
Che nasce però dal fatto di non sentirsi rappresentati da chi decide. Da non riconoscersi. E quindi sentire che la propria identità è altrove.

Ma dove? Perché le idee e i progetti, al Forum, sono stati lanciati: un aeroporto veramente dello Stretto; un sistema turistico integrato; un Ente Fiera che valorizzi le attività produttive, commerciali, agroalimentari delle due sponde; un’autorità portuale dello Stretto (con tanto di stoccata a Villa S. G. che ha chiesto di essere inserita nell’autorità di Gioia Tauro);  un sistema di federazione universitaria;  una pianificazione culturale degli eventi con complementare riorganizzazione della mobilità e dei trasporti; l’inserimento nella “rete degli stretti” europea.
Tutto questo però presuppone (deve essere sostenuto da) una cultura e da un’identità glocali, cioè insieme globali e locali. La cultura e l’identità sono due concetti che ognuno mette dove vuole, a piacimento: per evitare più possibile equivoci, andiamo alle immagini mentali che certe parole ci suggeriscono.
A queste latitudini, metropoli vuol dire spesso agglomerati urbani, industrie, grigio, inquinamento, sobborghi desolati, ma più soldi, più sviluppo, più iniziativa d’impresa, più servizi.  Vuol dire centro, in contrapposizione alla periferia. E noi ci siamo sempre sentiti  (siamo sempre stati trattati da) periferia.

“Metropolizzazione” significa quindi, in questo panorama mentale, allinearci ad un modello che sentiamo in qualche modo a noi estraneo; un modello che, nel bene e nel male, non ci rappresenta.

Da qui la sensazione di “essere tra gli affari di qualcuno” (sia la nazione, l’Europa, la globalizzazione)… ma perché non “prendere parte”? perché non riappropriarsi dell’immaginazione e di una progettazione concreta del futuro?
Anche al Forum qualcuno ha parlato di “superamento delle marginalità”, “egemonia centralistica da parte delle Regioni” (ma come, non erano nate per il decentramento? quanto sono labili i confini), “capacità di attrarre investimenti” perché “non siamo soli: Tunisia e Marocco lo stanno già facendo”…  Ancora: periferia/centro, localismo/metropolizzazione, sottosviluppo/sviluppo.

Ma la terza rivoluzione industriale, quella che si sta sviluppando dagli anni ’80, vede logiche diverse da quelle binarie: logiche orizzontali, in cui la metropoli è una smart city, piena di spazi verdi, attenta alla qualità della vita degli abitanti, in cui la tecnologia serve a connettere non ad alienare, in cui l’impresa ha un valore sociale aggiunto perché si basa sulla storia e il vissuto del territorio; la metropoli come un esperimento aperto di condivisione e regolamentazione degli spazi, in cui le comunità possano ridefinirsi in un confronto alla pari. Non un modello di sviluppo uguale per tutti, ma ad ogni territorio la propria scelta, in una negoziazione che coinvolge tutti gli attori sociali.

E’ difficile che la periferia accetti di diventare centro, ma è facile che diventi un nodo importante di una rete, purché riconosca, ri-definisca e offra le proprie specificità a livello globale. Il fatto che “non siamo soli” significa che possiamo connetterci, non che dobbiamo superare in qualcosa gli altri. Non rincorrere o anticipare, ma costruire.

Manuel Castells scrive: “la costruzione dei soggetti, dove e quando essa avviene, non si fonda più sulla società civili, che sono in piena fase di disintegrazione, bensì si caratterizzano come prolungamento della resistenza comunitaria”.

Probabilmente occorrerà ri-definire anche la società civile, allargarne gli strumenti, in un’ottica metropolitana (perché non aprire un forum 2.0?). Non basta più dire, ci perdoni Montale, “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, essere sempre il negativo di qualcos’altro. E neanche vagheggiare imprecisati paradisi comunitari. E’ il momento di sporcarsi le mani, ri-definendo non solo il posto di un’area nella nazione, ma nel globo. E se pensate “non è compito mio”, non preoccupatevi: qualcun altro se ne occuperà per voi. Ma non sarà poi giustificabile lamentarsi.

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