Le università e la ricerca nello Stretto, tra percezioni e decisioni…

università

da http://www.strill.it

di Josephine Condemi- Che cos’è, per noi, l’università? Le istituzioni universitarie di Reggio e Messina, per come sono strutturate, potrebbero trovarsi tranquillamente a Roma, Milano, Siena, oppure hanno delle specificità territoriali? E quali? Il quarto appuntamento del Forum degli Interessi Convergenti dedicato a  “L’offerta universitaria e la ricerca scientifica nelle prospettive di sviluppo dell’area dello Stretto” si può riassumere nel tentativo di ristabilire finalmente un nesso tra università e territorio. 

Università che, in tutta Italia, deve ancora adattarsi alla L 240/2010, altrimenti detta Riforma Gelmini. “Si tratta di ripensare e di valutare i corsi di laurea, i docenti, oltre che valorizzare il merito” ha affermato Daniela Baglieri, prorettore Unime. “Bisogna riorganizzarsi secondo gli standard MIUR, razionalizzare per potere avere i fondi di finanziamento ordinario, fare partnership con privati o enti per la ricerca. Senza contare il trasferimento tecnologico e quindi di creazione di imprese che dall’università deve ricadere sul territorio”.

Quanti di noi sanno che dal primo ottobre di quest’anno sono state abolite le facoltà lasciando posto ai dipartimenti? Se informazioni di questo tipo passano per essere per pochi addetti ai lavori (chi studia-chi insegna), probabilmente la percezione che abbiamo dell’università è di un qualcosa che non ci riguarda. L’università come una sorta di agenzia per cui si imparano delle cose (spesso inutili) in un periodo possibilmente breve che serve ad avere un “visto, si lavori” e quindi ad andarsene prima possibile. L’università come santuario del sapere (sarà che spesso vengono costruite in collina) da frequentare con malcelato disprezzo, chè la “vita vera” è altrove. E sarebbe troppo facile strumentalizzare supposte divisioni tra “cultura del sapere” (umanistica) e “cultura del fare” (scientifica), avallare logiche dicotomiche (oltre che stupide) di questo tipo. Senza sapere non si può fare, e, complementariamente, è nel fare (in senso lato) che nascono nuovi problemi da risolvere attraverso il sapere.

“L’università non è neutra, è l’università che seleziona la classe dirigente fondamentale in una democrazia” ha sottolineato l’assessore Caligiuri intervenendo telefonicamente al convegno. Sapere è ancora potere. Ma l’università italiana è da tempo immemore ostaggio di logiche autoreferenziali tutt’altro che democratiche, che dividono al posto di unire rafforzando le percezioni che dicevamo. Risultati? “Se come CNR se vogliamo fare una ricerca sul territorio e dal territorio, lo dico da messinese, è più facile mettersi in contatto con Amburgo che non con Messina”, ha evidenziato Vincenzo Antonucci “Eppure al Sud non mancano le competenze:  il primo posto nazionale al bando dedicato alle Smart Cities l’abbiamo vinto con un lavoro sui territori di Bagheria, Palermo e la Valle dei Templi di Agrigento. Avevamo proposto agli enti di collaborare, ma non è per cattiva volontà, è accidia, menefreghismo, non ce la fanno”. Per la percezione di cui sopra, tanto è tutto inutile.

Infatti, per Antonino Zumbo, prorettore dell’Università per stranieri “D. Alighieri”, “è vero che bisogna rivolgersi ad altri enti, pubblici o privati, ma bisogna che si decidano se vogliono investire nella ricerca e nella cultura oppure no. Non è possibile che le realtà imprenditoriali e pubbliche sembra sempre che facciano la carità, una donazione, non un investimento”.  Per pensare di stare facendo un investimento dovrebbero avere una visione di marketing aziendale e territoriale differente, che si basi, appunto, sulla rivalutazione degli interlocutori universitari. Mettersi tutti sullo stesso piano, insomma, “superando gelosie e localismi”.

Non a caso, ha affermato Santo Zambone della Mediterranea, “l’idea di una federazione tra le università dello Stretto è il punto di arrivo, non di partenza ”. Prima bisognerebbe pensare che “uno studente paga le tasse per avere dei servizi, e sceglie l’ateneo da frequentare in base alla diversa qualità della vita nelle città”. D’altro canto, ha continuato Antonucci, “l’università dovrebbe portare maggiore qualità della vita, innovazione sul territorio”. Invece, ancora non ci si parla.

Lucio Dattola (presidente Camera di Commercio RC) ha evidenziato come “nel 2012, abbiamo investito 4.780.000 euro sul territorio, di cui un milione è andato in forma diretta o indiretta alle università. Collaboriamo con gli atenei reggini e calabresi (due anni fa abbiamo promosso con la Confcommercio di Milano e le università di Reggio, Cosenza e Pisa il Forum Euromediterraneo, sull’edilizia e la bioedilizia) ma con Messina in effetti non c’è mai stata occasione”.  E, senza istituire l’ennesima scatola vuota che controlli i controllori, promuovere finalmente logiche orizzontali, per cercare di attrarre gli studenti nord-africani e fermare l’emorragia di quelli italiani. Ma la cultura è strategica o no per lo sviluppo di un paese? Non è il caso di lasciare ai posteri l’ardua sentenza. Si decida, tutti, con dati e non solo percezioni. E poi non ci si pianga addosso.

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