Il mondo di Antonio Guidi…”Con gli occhi di un burattino di legno”

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da http://www.strill.it

di Josephine Condemi-  “In Calabria ci sono due problemi, il pregiudizio e la libertà: troppi critici esterni e qualche masochista dall’interno vedono solo il negativo. Il problema è di contesto ma anche di aiuti… altrimenti ti suicidi da solo! E poi la libertà: è come l’aria, non si vede ma quando non c’è si soffoca. Combattere oggi è più difficile, perché chi ci opprime non è un avversario ben definito ma colloso, avvolgente, prepotente, non intelligente.” Antonio Guidi è un combattente che passa dal piano personale a quello politico molto velocemente, convinto che i problemi personali siano strettamente collegati a quelli sociali e culturali.

Scrive: “la disabilità si può indossare. Se paragonata a un vestito, a volte può soffocare, altre invece sembra talmente cucita addosso da calzare perfettamente. Nel mio caso può essere paragonata a un caldo maglione di cachemire ”…una provocazione?

No! Io ho avuto la fortuna di nascere dopo il fascismo, perché altrimenti mi avrebbero mandato in un lager… Ho avuto la fortuna di avere una famiglia abbastanza abbiente e di forte cultura, quindi ho avuto molte chance prive di pregiudizi, una strada se non spianata (perché per un bambino che non cammina è tutto difficile), di certo agevolata. Negli anni ho avuto tantissimi problemi ma anche l’amore per la politica, per la famiglia, altri amori dopo il divorzio, per cui direi che sono molto contento di essere nato morto e aver superato la morte: questa vita mi interessa tantissimo. Penso che, per chi se lo può permettere (cioè è privo di violenze, povertà,pregiudizi) la disabilità sia una lente di ingrandimento che ti fa conoscere meglio la vita e vada portata con stile, anche quello del calore, dentro e fuori di sé. Fino a tre anni fa giocavo a tennis e correvo, adesso ho il motorino elettrico. Potevo disperarmi invece dico: “Guidi per la prima volta guida qualcosa”, quindi la vedo come un’altra possibilità…

Quindi poterselo permettere significa prenderla con più ironia possibile?

Capisco che quando la disabilità è molto grave e mette a rischio la vita, quando c’è la povertà, quando si è chiusi per la mancanza di parenti in un istituto che opprime, quando si perde la libertà, è chiaro che non si può sorridere, bisognerebbe essere aiutati a rivivere. Certo chi ha l’autonomia e la fortuna di avere avuto una vita spero ancora meravigliosamente complicata, a me viene di ridere e sorridere, l’importante è non sghignazzare. ..

Nel volume insiste molto sul concetto che riabilitare non significa normalizzare…

Per carità! Ho fatto il riabilitatore 40 anni dopo essere stato riabilitato a mia volta: non dobbiamo perseguire la normalizzazione, spesso un’ utopia pagata con interventi rischiosissimi, costosissimi, e soprattutto dolorosissimi o con terapie che distruggono psiche di una persona. Noi dobbiamo ottenere il massimo dell’autonomia senza violentare la persona, con dolcezza e scienza. Ho visto bambini che dopo sei interventi camminavano meglio ma non uscivano di casa per il trauma delle operazioni. Bisogna avere massimo affinché la serenità del bambino o dell’adulto venga rispettata.

All’altro estremo però c’è il fatalismo…

Il fatalismo è una malattia peggiore rispetto alla disabilità, bisogna trovare un’opportuna mediazione. Tanta gente però è fatalista perché nessuno li informa delle opportunità che può trovare.

Nel volume riesce a sdoganare il tema della sessualità nei disabili….

Per me è stata molto importante: rivendico un diritto di identità, che ho vissuto molto fortemente. Poi, come terapeuta familiare, riabilitatore ma soprattutto come cittadino, non è possibile che sia omessa una delle molle fondamentali della nostra esistenza per motivi di razzismo, perchè questo è. La visione dell’angelo disabile perché asessuato è uno dei mali peggiori che permea gli stessi genitori, gli operatori sociali, e il contesto. Quando ballavo in discoteca, se all’inizio sorridevo, ero con gli altri andava bene, se mi piaceva una ragazza ero un maniaco. Con gli anni questo nella società è stato superato, ma certo ancora pesa molto.

In Italia siamo più indietro rispetto agli altri paesi su questi temi (barriere architettoniche, istituti etc)?

In Italia abbiamo leggi meravigliose, che interpretano benissimo il bisogno della popolazione ma hanno applicazioni diverse da luogo a luogo; negli altri paesi, ci sono meno leggi che fanno meno ma lo applicano dappertutto. Anche perché il concetto di Roosevelt era fare diventare gli handicappati da assistiti a contribuenti, una visione molto produttivista che in parte non condivido ma che funziona. In Italia abbiamo un approccio caritatevole che un certo tipo di cultura cattolica non capita ci propone, ma noi abbiamo bisogno di un approccio laico, sereno, scientifico, nessun elogio del dolore. In Parlamento, quando mi chiedono un contributo, quello che chiedo è uno standard adeguato di servizi e l’abbattimento delle barriere, come da legge, su tutto il territorio. Tutti d’accordo ma troppo pochi lo fanno. Esempio? Il lungomare di Reggio è bellissimo (per me il più bello d’Italia) ed è dotato di scivoli (durante la serata è stato proiettato dall’associazione Kleos un video su questo tema, ndr). Per legge dove ci sono le strisce pedonali ci devono essere gli scivoli, da una parte e dall’altra: gli scivoli sul lungomare sono da una parte sola. Non è cattiva volontà, è sciatteria, e spesso la sciatteria è peggiore della cattiva volontà.

Qualcuno si è recentemente introdotto a casa sua mentre lei non c’era, e lei ha collegato questo episodio alla sua responsabilità per la disabilità nel comune di Roma…

Intanto non voglio fare l’eroe, perché mi dà fastidio l’eroismo, preferisco parlare di eroica normalità. Ho rischiato spesso la vita, ho sempre fatto lavori rischiosi, perché nel campo del sociale esistono enormi interessi e contrastarli significa rischio. Mi sono battuto contro spacciatori di droga, spacciatori di invalidità o quelli che impediscono alle persone con disabilità di accedere agli scivoli per motivi di commercio, occupandoli con materiale in vendita. Ho sempre saputo di fare un lavoro anche rischioso. Paura? Certo, ci tengo alla vita e alla mia integrità, però mi ci confronto continuamente, vado avanti lo stesso…

E se gli si chiede se voglia ritornare a candidarsi, risponde che pur essendo “il responsabile welfare del vecchio PSI, che si sta rinnovando, spero, non ho velleità elettorali. Allo sfascio non ci credo: i delinquenti non sono politici, sono delinquenti. Se un chirurgo uccide perché è un maniaco, diciamo che è la medicina a non funzionare?”. Intanto, vista la quantità degli interventi, promette in estemporanea di tornare facendo “un convegno sulla disabilità, prima di Natale, se volete, e poi magari altri, per lottare insieme e riparlare di sociale, solidarietà, amicizia, bello. Organizzate voi”.

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