La Rete vissuta… Manuel Castells a Meet The Media Guru (e il collegamento con Unime)

Ancora scossa dall’incontro di ieri sera con Manuel Castells. Il mio corso di laurea è stato chiamato a interagire nell’evento. Parlerò quindi di cosa ha significato, in maniera pratica/sensoriale, questa esperienza di rete vissuta.

Vivere la Rete significa tenere aperta la pagina dello streaming in attesa dell’evento, e un’altra pagina sul gruppo Fb dedicato alla tua università. Significa, quando ti colleghi per la prima volta, loggarti alla chat del sito, e vedere il numero dei visitatori e degli utenti che cresce (più di 200 a fine serata). Significa vedere qualcuno che chiede quanti siamo, io che scrivo “chi c’è metta un mi piace” e così ci contiamo. Nel giro di 2 secondi arriviamo a più di 50 visualizzazioni. Lo sai perchè te lo dice il sistema. E un po’ ti impressioni.

E ti impressiona di più pensare che comunque stai comunicando con un botto di gente. Durante il discorso di Castells è stato un mezzo delirio: sentivi da una parte, vedevi i commenti e i post dall’altra, rispondevi e continuavi ad ascoltare contemporaneamente, cercavi di riflettere e ci riuscivi, sebbene in modo diverso dalla riflessione “in solitudine”, perché praticamente la bacheca era diventata una sorta di foglio di appunti collettivo, in cui ognuno poteva aggiungere, ampliare, ripetere, anche.  Quindi non potevi seguire i tuoi processi mentali ed estraniarti dalla discussione, o almeno non esclusivamente: eri lì per condividere. Ognuno con la propria intelligenza selettiva cercava di estrarre uno spunto di riflessione dal discorso ascoltato in contemporanea, e non sono stati pochi i post ripetuti, ridondanti, dove la ridondanza però non era opera di una mano sola, ma il prodotto di mani che nello stesso istante avevano scritto la stessa cosa.

Un’esperienza ipo e ipersensoriale: ipo, perchè solo la vista e l’udito sono stati maggiormente coinvolti (e il tatto in misura ridotta); iper, perchè arrivavano stimoli in continuazione e in simultanea, e questo deve fare pensare al problema della linearità dei nostri “fogli di appunti”.

Sia nella chat dell’evento che nel gruppo Fb, infatti, ancora siamo “costretti” a comunicare in un sistema lineare, in cui la lettura è da sinistra verso destra e soprattutto dall’alto verso il basso. Ciò comporta  che i post scorrono, e per recuperarli devi andare avanti e indietro. Sarebbe bello invece avere una visione in simultanea, magari con tante piccole tessere rimpicciolite quanti sono gli argomenti aperti, con delle parole chiave che diventerebbero dei piccoli hub collegati tra di loro.

Seguire la discussione Fb, quella in chat, ascoltare lo speech che tratta proprio di questo, di come una piattaforma non sia neutra ma si componga dei valori sociali delle persone che la utilizzano. Una sorta di esperienza meta-linguistica in cui da una parte ascolti e dall’altra ti rendi conto che lo stai facendo.

Perchè mentre Castells parlava scorrevano in diretta sul palco le immagini dei tweet e dei post che stavamo scrivendo, con un “noi” ibrido di cui le bandierine messe sulla cartina non rappresentavano che la parte geografica, una parte importante, certo, ma una parte.

E sentivamo che quello che avevamo studiato era lì, lo stavamo facendo. Più che un’esperienza di spersonalizzazione, un’esperienza iperpersonalizzazione, o meglio, un saggio degli infiniti modi di essere dell’io… forse è questa l’autocomunicazione di massa.

Un flusso che ha avuto il suo apice quando, per la domanda da Unime, hanno scelto quella su un argomento che mi sta molto a cuore: che legame c’è tra analfabetizzazione digitale e la scarsa percezione ed importanza attribuita alla popular culture, in Italia e non solo.

Cioè: io ero seduta al mio pc, a Reggio Calabria, e a Milano ponevano a Castells, uno dei più grandi sociologi viventi, una mia domanda. A dir poco straniante ed esaltante al tempo stesso.

Per problemi di audio (il teatro era grande, l’impianto evidentemente aveva qualche problema), c’è stato qualche iniziale incomprensione della domanda, ma poi la risposta..che risposta!

Vado a memoria, sperando di potere usufruire presto dello speech integrale online sul sito (e già, perchè non è che finisce l’esperienza quando finisce, nella rete è tutto un ri-pensare, r-ap-presentare)…

“Oggi non si può essere cittadini senza essere collegati o sapere usare Internet. Quando parliamo di popular culture, dimentichiamo che è la Cultura. Una cultura che ha presenza locale ma che si rimescola globalmente, perché finché le persone di paesi diversi si parleranno, andranno a cena insieme, non si spareranno alle frontiere. Le due reti sono collegate”.

Uno schiaffo a chi ancora pensa di potere vivere sulle torri d’avorio. Uno anche a chi ancora parla in maniera spregiativa di  “cultura di massa”. Uno anche a chi pensa che usufruire delle nuove tecnologie sia solo un passatempo ozioso.

E sebbene rimangano dei punti controversi (Castells si è presentato dicendo di non essere un politico, con un po’ della solita retorica dell’empirismo fine a se stesso ma è lampante come, parlando di reti, informazione e soprattutto potere, si finisca per parlare di politica, non fosse altro per la questione delle scelte), soprattutto riguardo il problema della de-cisione (in un gruppo autoorganizzato, senza leadership, il dibattito è continuo, gli obiettivi si spostano ma si decide a maggioranza o si arriverà ad una democrazia totalmente diretta? già noi in collegamento abbiamo avuto difficoltà a stabilire chi dovesse porre UNA domanda. Il momento della scelta arriva sempre), vivere la Rete significa innanzitutto, in questo momento, sperimentare i propri limiti, provare a ridefinire i confini, danzando sulla frontiera.

Per una fissata con il “che cos’è?”, volete che non sia uno spasso?

ps. allucinazione mentale 1 (a dimostrazione che in abbondanza di stimoli il cervello produce, non si atrofizza): a un certo punto Castells ha parlato dell’Utopia, della percezione comune e di come invece nella storia sia stata sempre una forza materiale (v. anche E.Morin, da “Il Metodo 1” “Siamo posseduti dalle idee che possediamo” o il bel saggio di E. Buonanno “Sarà vero“). Ora (ripeto, cortocircuito mentale): se l’Utopia è etimologicamente il “non luogo”, e la Rete per i detrattori lo è sempre stato…tah-dah! Abbiamo trovato l’utopia. Chissà se Augé sarà contento…

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