L’importanza del doppio sguardo: Marina Terragni a Reggio Calabria

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di Josephine CondemiMarina Terragni è a Reggio Calabria, vincitrice del Premio Rhegium Julii “Rastignac” per il giornalismo con il volume “Un gioco da ragazze”. L’intervista che segue è stata una specie di corpo a corpo (o mente a mente, se si vuole), tra una milanese meticcia e una terroncella che vuole capire.

La tesi principale del volume è che non ci sono “poche donne” ma “troppi uomini”nello spazio pubblico… cosa significa rovesciare il punto di vista in questo senso?

Significa vedere meglio la questione.  E’ quando un miope mette gli occhiali e si rende conto di com’è il mondo. E il mondo è pieno di grisaglie, cravatte… L’ultimo rapporto sul gender gap (il divario di genere, ndr) ci dice che in Italia siamo peggiorati: in tutto il mondo ci vedono come il paese in cui le donne sono alla rovina. Noi non siamo capaci di vederci così, ma stiamo oggettivamente sopportando dei pesi impressionanti. C’è un capitolo intero del libro che fa due conti: se una donna non si impressiona leggendo che nascere senza un pisello la condanna a pagare più soldi (che non è solo quella la questione, ma ho provato a quantificare)! Ci sono dei momenti in cui ti piglia la disperazione, ma prendi Rizzo e Stella: saranno 8-10 anni che continuano a parlare della Casta. Io dicevo: possibile che non succeda niente? E invece c’era una cosa carsica, che lavorava sotto, che adesso è esplosa in un rifiuto dei partiti…

Ma bisogna arrivare sempre all’estremizzazione delle cose?

Questo paese è fatto così. Ha una capacità di sopportazione e resistenza che non è rassegnazione, è come essere fatti di una gomma superresistente:  però quando succede, succede brutta. Io abito vicino a Piazzale Loreto, a Milano.

Lei dice che le donne non hanno bisogno di rapporti di forza, vivono diversamente il potere…

A volte c’è un’illusione ottica in cui caschiamo anche noi: se non ci sono gli uomini, sopra allora ci devono essere le donne: ci deve essere sempre qualcuno più in alto. Perfino Ratzinger, quando era a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva scritto un documento in cui si affermava che il dominio è una perversione dei rapporti tra i sessi. Quando si pensa a un riequilibrio della situazione, si deve pensare che servono entrambi gli sguardi, quello maschile e quello femminile, per fare andare avanti il mondo, sia dal punto di vista della riproduzione fisica che quello del mantenimento delle cose. Servono anche nello spazio pubblico. Noi siamo uscite dalle nostre cucine, dove eravamo detenute, non più di 100 anni fa. Mia nonna, calabrese di origine, nata e cresciuta nella più grande città industriale americana e costretta a tornare in Calabria alla morte del padre, voleva morire. E’ stata scelta negli anni 20 da mio nonno che l’ha guardata da un foro mentre cuciva. L’ha presa come una mucca e l’ha deportata a Milano: questo è successo neanche un secolo fa. Quindi, siamo nello spazio pubblico da poco, bisogna trovare il modo di accompagnarci agli uomini provando a delineare un nostro modo di trovare le cose. Se penso all’Italia nel suo complesso (a Milano è un’altra cosa, ma a Milano è come dire Belgio) l’emancipazione, cioè pensare a una logica di parità, l’abbiam saltata. Quindi sarebbe interessante entrare in una logica di differenza sessuale, che noi portiamo molto forte, come le africane, no?

Sostiene nel suo libro che la vera conventio ad excludendum nella storia della democrazia è stata operata nei confronti delle donne…

Non è che lo dico io, lo dice Habermas e tanti altri. La storia dell’invenzione della democrazia è stata tutta tra uomini. Le donne non c’erano, dovevano stare nel backstage, non per errore di calcolo, ma per calcolo. Quindi quando le donne entrano nella democrazia portano problemi, perché quel sistema non è congegnato sul loro corpo e sulla loro psiche, che poi sono un tutt’uno, come per gli uomini del resto.

Il problema nel fare questi discorsi è che poi si dice che le donne vogliono demonizzare l’altro sesso…

Il sopra e sotto è già un congegno della mente maschile, perché l’uomo per liberarsi della materia di cui è impregnato ha inventato lo spirito e il salire verso l’alto, per cui ci deve essere sempre qualcosa che sale, che sale. Non è la nostra logica, noi siamo orizzontali, reticolari. Mettersi nella logica di sopra-sotto è una cosa che molte emancipate fanno, ma siamo ancora nella trappola dell’abito maschile, come quando le prime manager rinunciavano ad ogni orpello femminile…

Ha fatto abbastanza discutere quella sorta di mea culpa, di interrogativo che si è posta sul suo blog, da milanese, sulla ‘ndrangheta a Milano…

Ti devo dire che per noi la faccenda di questo assessore è stata uno shock, veramente. Da voi molte volte sono stati sciolti comuni per infiltrazioni mafiose, a Milano non dico che sia stato così ma ci siamo andati vicino. Però è anche vero che noi non è che non sapevamo: questo di Zambetti è stato, come dire, l’ultimo velo strappato dagli occhi. E’ vero che sappiamo e sapevamo che i negozi che aprono e chiudono c’entrano con il riciclaggio, conosciamo la forza della ‘ndrangheta tant’è che su Expo c’è una superattenzione… Questa di Zambetti è stata insieme una notizia e una non notizia. E allora mi sono detta: scusate, ma quando noi diciamo a quelli del Sud di ribellarsi, di non essere omertosi, rassegnati, poi noi che cosa cavolo abbiamo fatto, sapendo? Cioè ci sono le foto in alcuni comuni dell’hinterland dove sembrano scene del padrino, The Goodfellas… che lezione possiamo dare? Che cosa mi ha impedito, perché non ho detto niente?

E cosa si è risposta? E’ vero che a volte è più importante la domanda della risposta, ma qualche risposta può aiutare a capire…

Per quello che mi riguarda (pausa) se devo fare un’autocritica fino in fondo (pausa) è una forma di supponenza nordica, per cui dici “sì, faranno i loro affarucci, la corruzione in fondo c’è sempre stata”, e invece non era una cosa né residuale né marginale, era al centro del sistema. Mi perdono anche un po’ perché non siamo attrezzati mentalmente a tener conto di questo tipo di nemico: vedo benissimo l’avversario politico, maschile…in questo caso è come se non ci fosse il file nella testa su questo tema. Però un’esigua minoranza, avanguardia anche di giovani, c’è…

Mi chiedo, allora, perché non si cerca di imparare da qui, dalle persone che combattono giorno per giorno contro questa cosa, e si ha invece ancora questa sorta di superiorità morale…

Io prima ho fatto una dichiarazione di intenso amore, interesse, per il Sud del paese (che poi dire Sud come dire Nord in generale non significa niente)… è un periodo in cui sono attirata dalla bellezza come motore dello sviluppo economico dl nostro paese, bellezza di cui il Sud trabocca in ogni suo angolo, con una varietà sconfinata. Vorrei avere un legame più stretto con il Sud. Mi fido molto del mio corpo: quando vengo qui ho sempre di più la sensazione di essere a casa, nel mio paese, con tutte le fatiche. Qua i problemi sono così alla luce, così lampanti. Mi piacerebbe molto mettere un po’ del mio how-to-do (come-si-fa, ndr) di nordica meticcia al servizio di questo paese. Esulto quando c’è il Calabria Day, quando ci sono queste ragazze di Roccella che si fanno la loro tv (Fimmina Tv, ndr) mettendoci i soldi che dovevano servire a comprare la casa, cerco di dare importanza a queste cose… è proprio il momento di cominciare a guardare qui. Poi, non so se è una battuta, mi viene da pensare che visto che questi si sono trasferiti da noi, forse qui hanno un po’ sgomberato il campo, e quindi è il momento di approfittare, perché forse più di tanto non gliene frega, di quello che si fa qua.

“Il bene comune va gestito come una casa”… è un po’ un’alternativa allo stato come un’azienda?

Mi sembra ottimo. Me l’hai fatto pensare tu. Potrebbe essere così. Il modo femminile di vedere la cosa.

L’intervista è stata tutta così, reciprocamente annusandoci e provando a scambiarci punti di vista e rendendoci conto che nonostante tutto siamo una nazione che si conosce poco. Che è necessario operare una sorta di traduzione culturale tra nord e sud, generazioni, habitus mentali, altrimenti non se ne esce. Dialogando, facendosi male (“non riesco ancora a capire questa storia dei Bronzi di Riace e del restauro infinito”), incontrandosi. Incrociando gli sguardi.

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3 thoughts on “L’importanza del doppio sguardo: Marina Terragni a Reggio Calabria

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