“Obbedienza e libertà”: la teologia laica di Vito Mancuso

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da http://www.strill.it

di Josephine Condemi – Vito Mancuso è a Reggio Calabria, vincitore del Premio Rhegium Julii “I.Falcomatà” dedicato alla saggistica con il volume “Obbedienza e libertà”. Parlare con Mancuso è immergersi nei suoi silenzi, disimparare le regole ordinarie di conversazione per reimpararne di nuove, seguendo un ritmo meno sincopato, più ampio, disteso, profondo.Nel volume afferma che la sua è una teologia laica: potrebbe sembrare un ossimoro…

La laicità non è uno stato della persona: ci sono dei preti o dei monaci perfettamente laici e viceversa dei laici perfettamente clericali o anticlericali (la stessa cosa in positivo o negativo). La teologia laica è quella modalità di intendere e sviluppare il discorso teologico non per appartenere a una istituzione, quindi non per essere funzionale a una struttura di potere, ma per servire la verità per se stessa, così come si manifesta nella coscienza umana. E’ una teologia che si potrebbe esemplificare con la frase di Albert Schweitzer, “la sincerità è il fondamento della vita spirituale”: una teologia che ama la verità e da questo amore prende il coraggio di fare emergere tutte le aporie del discorso tradizionale, cercando di risolverle e sapendo che solo così si può servire la coscienza contemporanea…

Scrive che la verità libera quando ci si chiede continuamente che cos’è la verità… però la teologia di fatto nasce per dare una risposta a questa domanda…oppure no?

Io penso di no. Penso che il centro del Vangelo, dove Gesù dice “Io sono la verità”, mostri che la verità non vada intesa come un contenuto (perché altrimenti non avrebbe nessun senso che un essere umano dica: “Io sono la verità”), ma come metodo. “Io sono la via, la verità e la vita”: la verità è al centro, della via e della vita, è un metodo. Solo così si capisce la fede.  In un altro passo del Vangelo Gesù dice: “Chi fa la verità viene alla luce”. Anche qui la verità non è un contenuto, perché un contenuto lo si dichiara, lo si professa, non lo si “fa”. La verità (radice di veritas in latino è la stessa di primavera) è un metodo in grado di far fiorire la vita, di fare sì che le cose, e l’energia primordiale di cui noi consistiamo, si dispongano in modo tale da creare maggiore organizzazione: vitale, mentale, spirituale. Questa concezione legata alla prassi è precisamente la concezione evangelica: il cristianesimo non è nato per servire un sistema dottrinale, anzi il fondatore del cristianesimo è stato messo a morte perché considerato una minaccia per un preciso sistema politico-dottrinale. Il cristianesimo nel suo nucleo originale ha potuto sorgere e svilupparsi proprio per questa disposizione metodologica: io mi dispongo nella vita in modo tale da ricercare sempre qual è il punto di vista per servire la verità, e per fare questo sono disposto anche a infrangere alcuni dogmi, alcune usanze, alcune dottrine, come faceva Gesù quando violava il sabato o le leggi di purità rituale e così via…

Però a questo punto la verità diventa un telos, un obiettivo da raggiungere, a cui tendere,  ma che non si raggiunge mai…

Si raggiunge sempre ma non si può mai definire, concludere. Se la verità è la logica della vita, ogni situazione ha una logica che la rende vera. In questo momento, stiamo facendo un’intervista: esiste una logica del nostro discorso? La stiamo servendo? Siamo in una situazione autentica? Io ritengo di sì. In questo momento stiamo facendo la verità. La stiamo definendo? No, perché dopo di questo incontro ce ne saranno altri, etc… e ogni volta dovremmo cercare la logica mentale e operativa in base alla quale disporsi. Non è una formula in base alla quale uno possa pensare di possederla.

Il punto fermo però, in questa analisi e nel libro, è l’oggettività del bene, cioè il bene definibile universalmente cercando dentro la coscienza , quindi la capacità dell’uomo in quanto tale di sapere riconoscere “naturalmente” il bene…

Esatto. C’è bisogno di fidarsi dell’istinto naturale di cui siamo formati, perché la logica che ha portato all’esistenza il nostro corpo e che lo mantiene è la logica dell’armonia relazionale, tra le componenti subatomiche, poi atomiche,  molecolari e così via. Il fondo del mio pensiero è il principio della relazione: uno deve semplicemente essere fedele a questa logica e trasmetterla al di fuori di sé. La religione, intesa come religio, legame, è in funzione di questo, armonia attraverso la relazione, dentro di sé, tra se stessi e gli altri, tra se stessi e la natura. Ai ragazzi del liceo (lo scrittore ha incontrato gli studenti del Campanella, ndr) ho chiesto:  la famosa frase kantiana, “Due cose riempiono la mia anima: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me” rimanda a una sola realtà o a due realtà? La legge morale dentro di me è della stessa pasta del cielo stellato sopra di me? Qui ci sono diverse scuole ma la religione è quella disposizione della mente e del cuore che ti fa capire che quanto più sei fedele alla legge morale dentro di te tanto più sei fedele alla legge cosmica che ti ha portato all’esistenza, e viceversa. Questa è la religio. Un’unione tra me e il cosmo.

Nel volume parla del postmodernismo come una sorta di neopaganesimo. Eppure, la concezione antidottrinale della verità cui fa riferimento  mi fa venire in mente, per assurdo forse, quella espressa da Eco ne “Il nome della rosa” (“Forse il compito di chi ama gli uomini é di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità)

Beh, la concezione che ho della verità, identificazione della legge cosmica che ci pervade e informa l’energia e che è stata individuata nelle diverse tradizioni con nomi diversi , più che alla contemporaneità la vedo affine ad una dimensione classica. Se per paganesimo si intende questa dimensione, quindi non l’accezione comune (cancellazione di ogni riferimento trascendente, immoralismo etc) ma un discorso che partendo dalla realtà materiale vuole condurre un rigoroso discorso spirituale io non vedo contraddizione, anzi, probabilmente aggiungo che in quello che definivi postmodernismo, che è la condizione in cui ci muoviamo, il bisogno fondamentale della coscienza umana sia quello di giungere a sanare la frattura scientifica/materiale e umanistica/spirituale. Se devo dare una spiegazione dell’attenzione che vedo attorno a quello che scrivo è perché probabilmente la gente vede che questa frattura viene ricucita.

Alla fine però non abbandona la dimensione gerarchica della Chiesa. Tutto quello che dice, scrive, sembra condurre più ad una dimensione orizzontale, reticolare, e invece lei mantiene quella gerarchica…

Noi viviamo di dimensione orizzontale e verticale. Non esiste nulla (che conosca io) in natura che prescinda da una gerarchia: la natura non conosce nulla che non abbia una funzione gerarchica. Questo però non significa cadere nel verticismo, nell’autoritarismo,  significa capire che ci sono dei sistemi gerarchicamente configurati, tali solo nella misura in cui ascoltano le dinamiche orizzontali. Io sono un figlio spirituale del card. Martini: è stato il mio punto di riferimento, con il quale avevo un rapporto vivo, intenso ma asimmetrico, un rapporto in cui lui mi dava del tu e io del lei. Io ho avuto beneficio da questo rapporto, soprattutto nella mia giovane età, perché avevo bisogno di una guida, di un supporto, e ancora adesso ne ho bisogno.  Ho sempre aderito a questa guida perché non era una guida che imponeva se stessa ma che diceva l’ultima parola dopo avere ascoltato la prima, la seconda, l’ennesima, una parola che sorgeva dalla sintesi, dall’ascolto, dal discernimento.  Quindi io ritengo che la struttura verticale, non verticista, sia qualcosa di positivo: ha un fondamento naturale ed anche biblico. Gesù sceglieva: c’erano le folle, i 72 discepoli,  i 12 discepoli, i 3 preferiti, e poi uno solo, Pietro o Giovanni a seconda delle scuole… Ma deve essere una gerarchia tale che chi sta sopra stia in funzione del basso:  va cambiato proprio il flusso di energia, dal basso verso l’alto e non viceversa.

In questo senso pensa che il Sud del mondo possa dare un contributo?

Sì. Sì. Sì. Ed è una bella domanda questa. Penso che soprattutto il sud del mondo possa fare scaturire questo. Purtroppo c’è da dire che quando tentava di emergere, soprattutto attraverso la Teologia della Liberazione, il vertice verticista ha fatto di tutto per soffocarla e di fatto c’è riuscito. Adesso dobbiamo combattere per la liberazione della teologia.

Poi sorride. E sembra il sorriso di Siddharta. Der suchende. Colui che cerca.

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2 thoughts on ““Obbedienza e libertà”: la teologia laica di Vito Mancuso

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