Paternalismo, razzismo: adesso DOSTA!

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di Josephine Condemi – Rom, Sinti, Camminanti. Altrimenti detti: zingari. Già qua cominciano i problemi.

Durante la conferenza stampa di presentazione della campagna di sensibilizzazione Dosta! (“Basta!”), promossa dal Consiglio d’Europa e coordinata e finanziata dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR, Ministero per le Pari Opportunità), si cercava di dire, alternativamente, rom, sinti, e talvolta camminanti. E’ dovuto intervenire Don Bruno Mioli, direttore di Migrantes, per dire: “ma guardate che loro si fanno chiamare zingari, non per tutti è un’offesa”.

Con le minoranze (linguistiche, politiche, sessuali, sociali) c’è sempre il problema del politically correct, dell’ “etichetta” da cambiare, un’etichetta che definisce un’identità: imposta, rivendicata, continuamente (anche se non si vede) negoziata. Anche nella rimozione, per una separazione che si vorrebbe definitiva (ognuno a casa sua). E, se proprio si deve convivere, l’urto è inevitabile, tanto ognuno potrà sempre dire: “ha cominciato lui!”.

“Un sondaggio dell’ISTAT rivela come il 68% degli intervistati abbia difficoltà a pensare un vicino di casa rom, così come un coniuge”: la dott.ssa Marotti dell’UNAR snocciola numeri. “E’ bene ricordare che le popolazioni rom, sinti e camminanti rappresentano lo 0,24 % di quella nazionale e che oltre l’80% di queste popolazioni è stanziale”: uno schiaffo ai pregiudizi sempre verdi dell’invasione e del vagabondaggio.

Perché oltre all’etichetta ci sono i contenuti: razzisti, quando vogliono attribuire un tratto culturale a un dato biologico, nei fatti inesistente. Razzismo che si camuffa però anche nel paternalismo, quando con le migliori (non sempre) intenzioni comincia la giaculatoria dei “poverini”, “e se fossimo noi”, comune a tanta retorica sulle minoranze. Questioni di identità. E di convivenza. “A livello giuridico, le difficoltà che incontriamo sono tante: molti sono apolidi, privi di cittadinanza perché in Romania, ad esempio, fino a qualche tempo fa non ci si iscriveva all’anagrafe. A ciò si aggiungono le difficoltà di inclusione abitativa, scolastica e di intolleranza” ha continuato Marotti.

E visto che di convivenza si tratta, tanto vale provare a incontrarsi. Veramente. “Quando abbiamo cominciato, le persone chiamavano per accertarsi che i lavoratori erano davvero gli zingari che avevano conosciuto” ha raccontato Domenico Modafferi, presidente della Cooperativa Rom 95 “e quando hanno visto che la raccolta di rifiuti ingombranti funzionava, allora si sono convinti che erano zingari ‘di fuori’, non abitanti della città. Abbiamo gestito un servizio per 12 anni,  poi un bando comunale inefficiente, diciamo così, non ci ha permesso di continuare come prima, ma ci siamo dedicati ai servizi di trasloco, alla gestione di isole ecologiche per i commercianti, continuando a lavorare anche senza corrispettivo. Non riusciamo a recuperare i crediti ma Equitalia vuole incassare. Di certo, non è un bel segnale per la legalità”.  La consigliera di Pari Opportunità Daniela De Blasio ha ricordato come “già nel 2001 era stato avviato un progetto transnazionale di riciclaggio di materiali ferrosi con la Rom 95. Sono passati dodici anni e siamo tornati indietro”.

Allo studio delle proposte per ripartire, grazie anche alla campagna DOSTA! (lanciato un concorso fotografico, “Metti a fuoco i tuoi diritti”) che nella tappa di Reggio Calabria (altre città coinvolte: Catania, Napoli, Roma e Milano) prevede nella giornata di domani un seminario sulle strategie di inclusione socio-lavorativa, oltre che un incontro all’istituto Righi e un concerto degli Alexian Group.

Per incontrarsi, senza stigmatizzare una comunità: non si uccidono così anche i calabresi?

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