“Da Saline a Doha un’unica sfida”: il territorio dice no al carbone

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da http://www.strill.it

di Josephine Condemi- Dati. La prima cosa che colpisce, al convegno organizzato a palazzo Campanella da WWF, Legambiente, Lipu e Greenpeace, “Da Saline a Doha la stessa sfida e una sola voce: no al carbone”, sono i dati. Studi scientifici. Distribuiti sui volantini, citati durante la conferenza.

Dallo studio dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica “Ambiente e Tumori” (“gli studi condotti sulle popolazioni residenti nei pressi di centrali a carbone hanno dimostrato un aumento di incidenza di tumori”), che cita a sua volta il progetto EXTERNE della UE (“il costo di produzione di elettricità dal carbone e dall’olio combustibile raddoppierebbe qualora fossero conteggiati i costi esterni, come i danni sanitari”), alla European Environment Agency (“per il particolato non è stato identificato nessun livello di sicurezza”).

Sempre l’Agenzia Europea per l’Ambiente è stata citata da Alessandro Giannì, direttore campagne Greenpeace Italia, durante il suo intervento: “nel novembre 2011 l’EEA ha pubblicato uno studio sugli impatti sanitari, ambientali ed economici dell’inquinamento atmosferico dei principali impianti industriali europei. Al 18° posto, troviamo la centrale a carbone di Brindisi. Noi abbiamo applicato lo stesso metodo a Saline Joniche, sulla base dei dati di progetto. E’ una sottostima, perché non ci sono esternalità di impatti relativi ad attività turistiche, né alle emissioni di metalli pesanti. Ci si riferisce solamente al particolato primario e all’ozono. L’EEA non ha dato valori relativi alla mortalità prematura, perché lo scopo di quello studio erano le esternalità economiche, non sanitarie. Noi abbiamo scoperto che le morti premature erano aggregate in eccesso nel danno economico complessivo, circa 2 mln di euro per ogni morte. Nel caso di Saline, abbiamo calcolato 44 morti premature l’anno: gli anni di vita persi per ognuno sono in media una decina. Il danno economico generale arriva a 357mln di euro. Ripeto, è una stima al ribasso. E bisogna considerare che gli impatti sanitari della centrale non saranno solo locali: il 50% delle morti premature avviene nel raggio di 200km dalla fonte. Viene così compresa tutta la Calabria e la Sicilia, almeno fino a Palermo e ad Agrigento”.

Per Vittorio Cogliati Dezza, Presidente Nazionale Legambiente, “il no al carbone è una scelta di salute, ambientale, economica (risparmio di milioni di multa per violazione del protocollo di Kyoto), energetica e occupazionale: abbiamo calcolato che per ogni posto di lavoro nel fossile ne equivalgono 17 nelle rinnovabili. Un luogo comune è quello che gli incentivi alle rinnovabili abbiano pesato in maniera decisiva sulla bolletta: hanno contribuito solo il 13%, il resto, quello che non si dice, è dovuto all’aumento del prezzo del petrolio del 170% in 10 anni. Che cosa serve puntare sulla costruzione di una centrale a carbone, visto che a fronte di una richiesta energetica storica massima di 56.822 mw (avvenuta nel 2007), l’Italia già dispone di una potenza installata che supera i 118.443 mw? I soldi che investiamo ogni anno, in maniera diretta o indiretta, in sussidi alle fonti fossili, investiamoli nel dissesto idrogeologico!”

A Doha, nel Qatar, in questi giorni è in corso la Conferenza sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite: “non si capisce” rincara Giannì, “perché andare all’estero e comunicare di volere evitare emissioni di anidride carbonica e poi autorizzare ancora costruzioni di centrali a carbone sul suolo nazionale”.  Il 27 novembre le associazioni ambientaliste hanno fatto ricorso contro il parere positivo della VIA da parte del Governo, ma già il 29 settembre la Regione Calabria aveva depositato un altro ricorso sul medesimo tema. Il presidente Scopelliti ha inviato una nota di plauso al convegno, l’on. Nucera ha insistito sulla “necessità da parte del governo di mettere al centro i territori”, l’ass. Lamberti Castronuovo sulla volontà di “valorizzare la zona ionica con ben altri tesori, archeologici e culturali”, l’architetto Fortebuono ha illustrato i risultati del concorso di idee realizzato dalla provincia sulla riqualificazione del waterfront (“un’area di 170 ettari e oltre, un masterplan con cinque aree tematiche: l’ex-Liquichimica, le OGR, i Pantani, la Laura C, Pentedattilo, un progetto che prevede parchi antropici e la riqualificazione del porto inserito nel contesto di città metropolitana”), il dirigente Barbera ha affermato quanto sia “possibile conciliare rinaturalizzazione e produttività. Non è vero che in quella zona non si può fare altro che una centrale a carbone!”.

Sono intervenuti, oltre al coordinamento delle associazioni dell’area grecanica (“finora, abbiamo raccolto 7000 firme”), i sindaci di Motta S.Giovanni, Palizzi, Condofuri, l’associazione Italia Nostra, il presidente del consorzio per il bergamotto Ezio Pizzi (“già quando è caduta la cenere dell’Etna la nostra produzione ne ha risentito…figuriamoci con una centrale a carbone!”), il dott. Ugo Sergi del coordinamento produttori agricoli area grecanica (“il rilancio del bergamotto, esclusività mondiale, è un dato di fatto. Puntiamo su questo e sul turismo”). Il moderatore del convegno Nuccio Barillà ha elencato poi di continuo i saluti di personalità impegnate in diversi settori che hanno voluto dichiarare il loro sostegno all’iniziativa e di diverse associazioni, compresa la rete svizzera che ha promosso un referendum nel Canton dei Grigioni (azionista di maggioranza di Repower, l’azienda capofila SEI) per chiedere di vietare investimenti pubblici a favore del carbone.

Tra Saline e Doha, passando per la Svizzera: un mondo globale per decisioni locali. Ma non troppo.

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