Sulla differenza dei molteplici sguardi…

identità

Se questo blog si chiama così, c’è un  perchè. E vorrei ripartire da qui, dopo la lettura di questo post di Marina Terragni intitolato, significativamente, “MacroNord e MacroSud”…

Prima di parlare dell’articolo, una premessa doverosa: ho incontrato la Terragni qualche tempo fa, ed era uscita fuori questa intervista, che concludevo sostenendo la necessità di una sorta di traduzione culturale tra nord e sud, generazioni, habitus mentali, anche se questo tipo di dialogo fa male a tutte le parti in gioco. Mi piace pensare, quindi, che questo possa essere un prosieguo di quella conversazione…

Nel post la Terragni riportando che la Macroregione Nord riscuote un certo successo “in Nordland”, obietta con due argomentazioni:

1) visto che la politica ruba, siamo sicuri che convenga a tutti e non ai soliti noti?

2) già così esercitiamo una super-attrazione per la criminalità organizzata, se fossimo ancora più ricchi cosa succederebbe? Dovremmo sparare ai criminali?

Propone quindi ai “giovani della restanza” di pensarsi come un MacroSud, visto che è “alleggerito nella sua quota criminalità”.  Di ripartire da Sud, insomma.

L’idea della macroregione meridionale in realtà non è nuova, l’aveva lanciata, da queste parti, Sansonetti nel suo editoriale su Calabria Ora del 5 settembre 2012 …

Cerchiamo di andare con ordine. Credo che l’argomentazione MacroNord/MacroSud sia ancora irreversibilmente inchiodata a logiche binarie di centro/periferia. Non a caso, la Terragni afferma che a Sud si dovrebbe “approfittare della libertà e dello spazio di manovra che può dare non essere oggetto di interesse per nessuno”.

Il problema, imho, è che non esiste UN Nord, e non esiste UN Sud, in Italia, bensì molteplici aree, anche geograficamente adiacenti in posizioni diverse e in rapporti di complementarietà e antagonismo.

Anche queste eventuali macroregioni dovrebbero quindi porsi il problema della “diversità” tra Piemonte e Lombardia, o Calabria e Basilicata, e ogni volta demonizzare l’altro in nome di una identità sempre più “pura”…un gioco pericoloso, visto che sappiamo che “i frutti puri impazziscono“.

A mio avviso, non è affatto vero che il sud può “non essere oggetto di interesse per nessuno”, o meglio, lo è nella misura in cui anche la rappresentazione mediatica di quello che succede nel Meridione è viziata da alcuni stereotipi duri a morire, evidentemente necessari a un certo tipo di narrazione politicamente novecentesca, culturalmente ottocentesca sulla costruzione dell’alterità (più lontano=più distante nel tempo, insomma selvaggio).

Non è un caso che quando è esploso il caso (proprio come caduta epistemologica) della criminalità organizzata a Nord la stessa Terragni è stata tra le poche a porsi il problema (in termini di mea culpa culturale) di una rappresentazione fino ad allora troppo semplicistica e, sì, basata su una supponenza nordica (questo vuol dire che tutti abbiamo oggi la stessa percezione? no. E’ proprio di questo che stiamo parlando).

Il mondo è cambiato, in ogni angolo del pianeta, anche quello che sembra ai nostri occhi più sperduto, avvengono continue negoziazioni di identità, pratiche sociali differenti, a un ritmo sempre più veloce. In questo senso, sì, le cose accadono al confine (Prigogine e la chimica dei sistemi dissipativi docet), e la questione è proprio quella di riuscire a tracciare una linea valida per i più, cioè de-finire.

Terragni collega ancora il problema meridionale a quello femminile (“voi avete il Mediterraneo, la madre di ogni civiltà. Lasciatevi ispirare nella vostra azione da quello che hanno fatto le donne”). Insieme all’appello ai giovani della restanza, mi sento triplamente chiamata in causa.

Le cose qua succedono. Succede che un quotidiano online faccia da anni una rassegna estiva , Tabularasa (nel 2012 dedicata alla frontiera)  e una invernale, Tabularosa  (dedicata al concetto di differenza), in cui si parla di temi scomodi, e per questo necessari. Succede che circoli culturali continuino a porre l’accento sulle pratiche identitarie con progetti destinati agli studenti, e non solo. Parlo di questi perchè a questi progetti in maniera più o meno specifica collaboro, ma potrei elencarne tanti altri.

Ma non è per niente facile. Il problema è incontrarsi, tradurre, tradurre ancora. Cercando di uscire dalla logica binaria centro/periferia per sostituirla con quella della rete, in cui alcuni nodi sono più forti di altri, ma le dinamiche di cambiamento, nel bene e nel male, sono molto più fluide. Ragionare per persone, non per categorie. Dall’appartenenza alla presenza, avrebbe detto qualcuno. Senza “approfittare” di nessun assenza. Aderire alla realtà partendo dalla differenza dei molteplici sguardi.

ps: a proposito di etnocentrismo critico: non posso fare a meno di notare che nell’immagine in allegato all’articolo della Terragni, la rappresentazione sia un attimino poco realistica…

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One thought on “Sulla differenza dei molteplici sguardi…

  1. Pingback: La Calabria e l’Italia sottosopra… | Sguardi e prospettive

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