Cercando oltre:prospettive necessarie alla mostra “Segni d’incontro” del Festival Confini

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da www.strill.it

di Josephine Condemi-Un’esperienza estetica.  Entrare alla mostra d’arte contemporanea “Segni d’incontro” organizzata nell’ambito del Festival “Confini” al Foyer del Teatro Cilea (dal 26 gennaio al 10 febbraio, lun-ven, ore 10-12.30 e 17-20) è passare dalle ipnotiche geometrie di Nja Mahdaoui (artista tunisino tra i più famosi al mondo, membro della giuria internazionale del Premio Unesco per la Promozione delle Arti) alla tridimensionalità di Agostino Ferrari (allievo eterodosso di Lucio Fontana, la tela come ponte per andare oltre). 

“Ho messo in gioco tutta la mia credibilità, facendoli incontrare” ha dichiarato Martina Corgnati, di cui capisci la passione solo osservandola dopo l’inaugurazione, mentre s’incanta a guardare i video sul lavoro degli artisti dal vivo. La responsabile del settore arti visive della Fondazione Horcynus Orca e curatrice della mostra  ha sottolineato come i due artisti “avrebbero potuto non piacersi, trovarsi antipatici, avrebbe potuto essere un disastro. E invece hanno accettato entusiasticamente la sfida di lavorare insieme”.

Ecco quindi le tele realizzate a quattro mani, in cui Oriente e Occidente si uniscono grazie al segno. Due di queste tele sono state realizzate proprio in occasione del Festival Confini, un mese fa a Reggio Calabria, presso la facoltà di Architettura e sul corso Garibaldi, davanti al Teatro Siracusa. Matteo Bernardini ne ha fatto un cortometraggio, proiettato proprio accanto alle tele su un minischermo. Mani che sulla tela bianca creano, costruendo insieme percorsi.

“Non volevamo fare oggetti, ma unire culture” ha dichiarato Ferrari. Così come per Mahdaoui “ in questa mostra non c’è solo arte, c’è dell’altro, l’atto mancato nella società, cioè la possibilità di comunicazione, un progetto di cooperazione culturale”.  La calligrafia coranica che diventa grafema decorativo su papiri, pergamene,tamburi perché non ci sono parole, solo danze di segni e linee rette, concave e convesse che creano drappeggi ipnotici; sentieri di sabbia su tela dallo strappo del cielo di carta, che apre a possibilità tridimensionali e metafisiche partendo da un nero che è ricco, dai frammenti di silicio luccicanti.

Ma come la musica non si può raccontare a parole, così è sempre frustrante cercare di raccontare l’arte visiva. Un’esperienza estetica/estatica in una dimensione di altrove cosmopolita che quasi mai si accosta a Reggio Calabria. Un incontro necessario.

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