Sul 20credici…

colpodidadi

Avevo promesso (a me stessa, più che altro, perchè non so quanto possano interessare queste digressioni strambe) un post sulla fede. Qui. Si parlava del 2012 e dell’Italia in attesa di giudizio, e del 2013 designato come l’anno della fede.

E’ curioso come alcuni fili si riprendano… avevamo parlato di Fazio e di “Quello che non ho” nel 2012, e nel 2013 lo abbiamo ritrovato a Sanremo, con meno ma comunque sempre forte vocazione pedagogica (si veda lo spazio nella narrazione riservato alle minoranze usate per smuovere pietà e compassione, dall’alto). Interessante anche l’Apocalypse Crozza: l’uomo che avrebbe dovuto rivelare-svelare le magnifiche sorti e progressive, che nel dissenso si blocca, è incerto, non sa se andare avanti… un profeta/comico dubbioso…

Negli stessi giorni, il Papa si è dimesso. Ha abdicato. Insomma, è successo. Tutti con la storia di Moretti (insomma, preferisco Amleto). E’ curioso pure come nel frattempo mi sia ricordata di questo. Sul cambiare idea, appunto.

Avevamo parlato di Narrazione Politica che si confonde con quella Metafisico-Sacrale, in vista delle elezioni (e non solo).

Bene, siamo in mezzo al guado (direi meglio: dentro un nodo). Ma fortunatamente non c’è nessuna direzione obbligata/obbligatoria.

Lo scoramento in questi giorni permea di sè l’aria (si sente di più dove vivo io, nella cosiddetta periferia, che amplifica, deforma, svela e rivela, come sempre, ma forse è solo egocentrismo).

E quindi, legata a doppio filo all’attesa di giudizio, la questione della rivoluzione. “Non dobbiamo semplificare, credendo che i miti siano mentitori. Essi crearono illusione e consentirono menzogna proprio perchè sono ‘veri’, veri nel senso per cui un grande mito porta, concentra e trasmuta in sé aspirazioni profonde non soltanto di un’epoca o di una società, ma anche più in generale dell’umanità. […] E’ in rapporto a queste aspirazioni che il mito può divenire illusione, quando diventa un mito di salvezza, assicurando che il suo avvento è vicino e che porterà soluzione alla miseria (non soltanto materiale) del mondo”.. Questo brano è tratto da “Il gioco della verità e dell’errore” di E. Morin, che ho letto di recente. L’opera completa si intitola, non a caso, “Per uscire dal XX secolo”.

“Inconsapevolmente, il discorso sulla rivoluzione è divenuto un discorso escatologico che annuncia, prepara, forgia la fine dei tempi, la fine della storia, la società felice, la società armoniosa. Ed è proprio da qui che scaturisce l’errore di pensiero, l’errore di aver creduto che ci potesse essere un compimento politico, una soluzione finale, un radioso avvenire. L’errore sta nell’aver confuso: 1. La necessaria utopia, che consiste nella creazione di idee che vanno al di là del reale, che retroagiscono sul reale, che lo mettono al lavoro e che sono da esso lavorate; 2. l’ingannevole utopia che confonde i suoi desideri con la volontà della storia e che quindi si definisce ingenuamente come una verità scientifica; 3. l’orribile utopia, quella di una società funzionale (e funzionaria) nella quale non c’è che ordine, consenso, integrazione”

“Il problema diventa allora di non essere vittima (e carnefice) del fantasma di un pericolo mortale che porta a liquidare l’oppositore o il sospetto”… “Nel corso della storia […] la strategia ha ceduto il passo all’obbedienza militare. La visione dialettica della lotta è divenuta manicheismo. Il linguaggio della persuasione è divenuto litania. Il partito-mezzo diviene il partito-fine. Il militante diventa incapace di comprendere i non-militanti, o i militanti di altre cause. Li vede tanto più alienati e incoscienti quanto più egli stesso si aliena nel proprio partito e quanto più perde consapevolezza della multidimensionalità della realtà umana, sociale, culturale, che egli riduce monotonamente al proprio schema politico”…

“La fuga dalla responsabilità personale porta con sè il costante bisogno di scoprire/denunciare/localizzare i responsabili. L’irresponsabilità non è soltanto occultare la propria responsabilità personale, ma anche rendere altri dei capri espiatori. La responsabilità politica è un problema che ognuno deve porre anzitutto a se stesso”, ricordando che “il peggio si ha quando l’amore dell’umanità ‘in generale’ determina un disinteresse crescente verso gli uomini ‘in particolare’, conduce alla gelida indifferenza per il prossimo, autorizza a manipolare altri in nome di un supposto interesse superiore”.

Siamo arrivati al punto in cui la diffidenza è al massimo. Di converso, abbiamo bisogno di fede. E tutti con ‘sto “20credici”. Ma il rischio di una fede fanatica (religiosa, scientifica, politica) è sempre forte.

“Il termine credere ha due sensi opposti: nel contesto di un pensiero religioso, significa non soltanto fede, ma certezza, e in questo senso può significare fanatismo e dogmatismo. Nel contesto del pensiero laico significa ipotesi, possibilità, speranza. Ma anche in questo contesto, può, deve, significare fede, una fede che possa ‘trafficare’ con il dubbio”.

Morin traccia quindi un personale decalogo (“il Vangelo antivangelo”), da ateo “che crede nel mistero”.

Qui mi interessa sottolineare l’affinità di questo pensiero, di questo movimento dia-logico, con due pensatori vicini alla cristianità, Vito Mancuso e Richard Kearney (d’altronde, se il libro di Kearney è pubblicato nella collana diretta da Mancuso, un qualche legame c’è)…

I libri in questione, che ho letto recentemente (ma non tutti li ho cercati, nb), sono “Obbedienza e Libertà” e “Ana-teismo“. L’intervista a Mancuso e alla sua teologia laica potete trovarla qui.

Parlerò prima di Kearney, però. Anche lui insiste nel voler superare la dialettica hegeliana (anzi, porsi proprio su di un altro gioco, perchè non c’è il Gran Finale), e configura questo ana-teismo come la liberazione di uno spazio in cui credere è il risultato di una possibilità di scelta. Questo “Dio dopo Dio” (ovvero la morte del pensiero tradizionale di Dio e la ripresa, ana, di questo pensiero) è una scommessa continua, ripetuta (ana) in ogni istante, in ogni incontro con lo straniero, il diverso, l’estraneo, con un atto di immaginazione (e quindi empatia), umorismo (che concilia gli opposti), impegno (anche di non scegliere), discernimento e ospitalità. In cui il sacro e il secolare stanno tra loro in una “tensione fertile”, non annullandosi a vicenda, non inglobandosi in termine unico, ma vivendo (detto à la Morin) in rapporto complementare/antagonista.

Kearney parla di “relazionismo”, e Mancuso in “Obbedienza e libertà” non esita a scrivere che “In principio era la Relazione” (per non parlare del motto martiniano che dà il titolo al capitolo “Pro veritate adversa diligere”)… parla, come abbiamo già scritto, di “teologia laica”, di una “religione civile” da ri-costruire (anche se da una prospettiva strettamente cattolica), di una verità che diventa metodo per far fiorire la vita…

Tutti e tre gli autori, in qualche modo parlano di scommessa.. se in mezzo ci mettiamo anche Rifkin e “La civiltà dell’empatia“, il quadro si complessifica piacevolmente…

Perchè nonostante i tentativi di imbrigliarla, la vita è sempre un di più, sorprende sempre…

Non c’è conclusione in questo post. Ognuno può trovare (ermeneuticamente) i riferimenti che più gli aggradano. Volevo solo condividere qualche lettura, e sottolineare come ci sia, da persone differenti, un pensiero che vuole cercare di riflettere su di sé, e su quella dimensione del sacro (e quindi dei legami) così squisitamente umana.

Ma visto che l’azione è per forza manichea, deve collassare su un qualcosa, mi propongo, prima o poi, di soffermarmi sul tradimento…

Buon 20credici a tutti!

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2 thoughts on “Sul 20credici…

  1. Pingback: Piccole ipotesi marginali sulla purezza politica | Luca De Biase

  2. Pingback: Di cortocircuiti binari… (sul 20credici parte seconda) | Sguardi e prospettive

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