Il mondo della geisha tra proiezioni e stereotipo alla rassegna “Himmini”

geisha

da http://www.strill.it

Di Josephine Condemi (foto di Natale Cartisano)- Sarà il mio sguardo femminile occidentale, ma non ci trovo niente di romantico nel mondo delle geishe descritto da Paolo La Marca, ricercatore di cultura giapponese presso l’università “La Sapienza”  in occasione della serata “Geisha o geisho?” nell’ambito della rassegna “Himmini”.

“Nel mondo dei fiori e dei salici: la geisha oltre lo stereotipo”: effettivamente lo stereotipo dell’equazione geisha-prostituta viene immediatamente smontato e ricondotto all’occupazione americana post Seconda Guerra Mondiale, quando insieme alle “Pan Pan Girls” (vestite all’occidentale) vennero chiamate ad allietare l’esercito le “Geisha girls” (vestite con il kimono). Paolo La Marca conduce quindi nel Giappone del 1600, una società piramidale retta dallo shogunato, in cui le tayu, le cortigiane di primo livello, indossando 39 chili di kimono e 5 di acconciatura sceglievano il cliente che le avrebbe mantenute profumatamente e a cui si sarebbero dedicate (previsti solo 3 giorni di libertà l’anno).

Le tayu vendevano il corpo, le geishe il talento. Nelle case da thé appositamente costruite venivano condotte le bambine reclutate dagli zegen nei villaggi più poveri. Lì avrebbero cominciato a contrarre con la casa il debito che forse avrebbero saldato nel corso della vita, da shikomi (specie di domestiche, che imparavano osservando) a maiko (danzatrice, suonatrice di strumenti tradizionali) e, attraverso il miznage (asta per la verginità, poteva anche dimezzare il debito), geisha. Da geisha, avrebbero avuto un danna, cliente esclusivo.

“Per essere una geisha”  ha spiegato La Marca “occorrevano cinque requisiti: essere bella ma non troppo, reggere l’alcol, dedicarsi anima e corpo alla professione, sapere conversare ma soprattutto ascoltare, godere di grande considerazione in tutta la comunità”.  Il rapporto sessuale non era una forma di pagamento della geisha (che poteva sposarsi solo ritirandosi dalla professione) ma la relazione che la legava al proprio danna è ancora oggetto di controversie, di mistero. “Le geishe erano tenute al più stretto silenzio su ciò che accadeva dentro le case” ha sottolineato La Marca “sappiamo solo attraverso confessioni di chi ha deciso di parlare”.

Forse perché la relazione danna-geisha sembra quasi orizzontale:  “l’arte della conversazione faceva sì che il cliente si sentisse capito, parlasse con una persona informata, perspicace, divertente. Ricordiamo che i matrimoni all’epoca erano combinati” e i ruoli all’interno della coppia molto rigidi. Così la geisha, spesso calva nella parte alta della testa per l’uso di parrucche, pettini e lacche, truccata di bianco e sempre in ordine, viveva circondata da un’aura di rispetto e mistero e forse, paradossalmente, di libertà rispetto alla condizione femminile generale. Ma le prime geishe erano uomini: “geisha non è parola femminile, ma designa semplicemente una persona di talento” ha evidenziato La Marca. “Veniva usata a proposito dei taikomochi, i maestri di cerimonia che intrattenevano nelle occasioni importanti con canti, balli e scenette oscene. Poi, le donne hanno sorpassato gli uomini in questa pratica”.

Oggi, le geishe esistono, hanno un albo, non devono più contrarre debiti ma sono sempre meno le ragazze disposte a sottoporsi al duro addestramento. Difficile poi accollarsi la spesa del loro mantenimento. Meglio tentare un rapporto alla pari. I turisti però le cercano, oggi come ieri, in cerca di orientalismo (e di stereotipo). Originale la rilettura dell’artista Taciana Coimbra, che ha esposto i propri kimono: l’abbigliamento, da segno di incasellamento sociale, diviene, attraverso le fasce dedicate al disastro di Fukushima, testimonianza, spazio individuale di protesta. Quanto ciò sia giapponese, sarebbe da approfondire. D’altronde, il rischio di appropriazione dell’alterità è sempre presente. Ma si può gettare un ponte, incontrarsi a metà strada, parlarsi. Le Himmini lo sanno.

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