Uscendo dal letto di Procuste: i modelli femminili a Himmini

himmini

da http://www.strill.it

Di Josephine Condemi (foto Natale Cartisano)- Ancora sul letto di Procuste. Stiamo parlando di donne, sì, ma lasciate stare i tradimenti o le infedeltà (perché quest’accostamento immediato? domandiamocelo). Il letto di Procuste è quel modello, il Modello, con cui ogni donna deve fare i conti. Troppo brutte, troppo belle, troppo dolci, troppo spigolose, troppo indipendenti, troppo remissive. Troppo. Le donne sono sempre troppo (o troppo poco). Per sé stesse, per gli altri.

“Oggi alla donna si chiede di mantenere le caratteristiche di una identità assoluta (pensiamo ai miti di Penelope o Elena) e nello stesso tempo di entrare in spazi linguisticamente, e storicamente, maschili” ha affermato a Himmini Luca Vallario, psicoterapeuta familiare della scuola romana di Carmine Saccu. “Ma ogni identità non è mai assoluta, è sempre funzione della cultura: le stesse figure di Medea e Giunone, per un verso carnefici (l’una uccide i figli, l’altra è vendicativa con le amanti di Giove), dall’altro sono vittime (l’una impazzisce per il tradimento di un amore sull’altare del quale aveva sacrificato tutti gli affetti, l’altra è comunque tradita dal maschile)”.

Vittime e carnefici insieme, come nella migliore tragedia greca: mentre Vallario ha illustrato le maschere junghiane (“la maschera è la parte che media tra l’io e il mondo esterno, l’anima tra l’io e il mondo interno”) della nostra tradizione, Pasquale Romeo, psichiatra e psicoterapeuta,ha ricordato come “la percezione della violenza cambia a seconda della società e del momento storico: nell’antica Roma vigeva il principio ‘Vis grata puellis’ , e ancora nei primi anni del 1900 si riteneva che la violenza nella sessualità fosse un buon rimedio per la ritrosia femminile. Pensiamo a quanto sia cambiata la società italiana, se ancora fino al 1946 le donne non potevano votare”.  Esercitare il dominio, la forza, sottomettere l’altro/estraneo attraverso gabbie più o meno dorate. Tanti letti di Procuste.

“Le risposte che le donne danno a queste richieste contraddittorie (dover essere femminile ma anche determinata, accogliente ma anche competitiva) possono essere di due tipi: una è la patologia” ha continuato Vallario “come il disturbo alimentare, con cui si sottrae il corpo ai giudizi dell’altro per rinuncia di fronte a un ideale fisico, per paura di mostrarsi perché si è convinti di perdere un’eventuale competizione; l’altra è l’attraversare il labirinto del cambiamento, situarsi spazio-temporalmente non in base a standard perfezionisti, a compiti evolutivi o traguardi inconciliabili, ma relazionarsi, sporcarsi le mani, senza avere paura di essere imperfetti, anzi riconoscendo ogni nostra imperfezione”.

Quando si ridefiniscono le identità, si ridefiniscono tutte: “non si può ridurre biologicamente il maschile e il femminile” ha affermato Romeo “occorre parlarsi, ma il problema della nostra società è l’immaturità (tecnicamente l’intolleranza alla frustrazione),quindi la mancanza di responsabilità, sacrificio, impegno” . Tanto più che le sfide si moltiplicano: “l’identità ha una forte componente familiare, il cui cambiamento è così banale che ci sfugge” ha evidenziato Vallario “ma la famiglia non è sempre quella, ha una struttura orizzontale ma insieme verticale (i miti familiari), e anche i modelli ‘nuovi’, come la famiglia ricostituita, o interculturale, non lo sono del tutto. Funzionano se nella quotidianità si riesce ad incontrarsi”. A metà strada, un po’ per uno.

E se Angela Malara ha sottolineato l’importanza del “dedicarsi del tempo”, della cura di sé attraverso la cosmesi e l’aromaterapia, ci guarderemmo bene dal farlo diventare l’ennesimo letto di Procuste. Sfuggire dalla trappola del modello, costruire reciprocamente legami condivisi e intrinsecamente unici. Cosicchè ognuno possa essere Himmina a proprio modo.

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