Italianesi: il dramma delle identità (anche) nazionalistiche al Teatro Zanotti Bianco

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Avevo già incontrato La Ruina (v qui e qui). Venerdì 19 sono andata a vedere Italianesi al Teatro Zanotti Bianco. Di seguito, l’articolo per strill.it

di Josephine Condemi- Un uomo entra in scena. Si ferma. Comincia a pulire una sedia, a strofinare freneticamente. Una sedia di ferro. Squadrata. Rigida. “Non va bene così”. Dice. “Non va bene così. La piega”. Dei pantaloni, certo, ma anche della sedia, perché un sarto con quarant’anni di mestiere di certe cose se ne accorge. E un sarto sa come ricucire brandelli di Storia attraverso la propria storia. Anche se non lo sa.

“In Albania sono stato prigioniero 40 anni perché ero taliano. In Italia per 20 anni sono stato straniero perché ero albanese. E quando sono tornato in Albania, ero di nuovo taliano”: Tonino Candisani comincia a raccontare, un rapsodo che periodicamente deve “ripetereripetereripetere” dei passaggi del discorso per non dimenticare. Un bardo che sussurra, che trascina quella sedia dietro di sé, quella sedia su cui i poliziotti lo hanno costretto, quella sedia che è stare: “voi non potete capire che significa stare in un campo. Che non era campo di grano, di barbabietole. Era un campo di prigionia, di concentramento”.

Perché “Musolin aveva invaso l’Albania. Erano arrivati 25000 civili, 100000 soldati taliani, tra cui mio padre. A fine guerra, non tutti sono rimpatriati, perché non c’erano le navi. E quindi, chiuso confini a tutti. Albania… blindata”. E fa il segno del quadrato. Recinto razionale. Squadrare, delimitare i confini. De-finire. “Come un campo di calcio, tutti tifavano per Stati Uniti o Russia. Hanno messo in messo una striscia, e guai a chi passava. Nel ’51, che poi è l’anno che sono nato io, è scoppiata una bomba all’ambasciata russa in Albania. Solo gli italiani potevano essere stati, spie del fascismo e del vaticano. E infatti li hanno condannati, e rimpatriati. Pure io e mamma dovevamo andare con papà. Siamo arrivati e ci hanno detto: ‘non con questo, secondo draghetto’.  Mamma ha capito, si è aggrappata a papà così forte che le sono rimaste le tasche della giacca in mano. ‘Le ricucirò’ gli ha detto. ‘quando porterai indietro la giacca’. Non c’è stato draghetto. Ma ci hanno portato al campo. ”

E Tonino diventa sarto, ascoltando Mastro Gianni,  e vuole imparare l’italiano perché “non c’è cosa più bella di essere taliani. Un paese di pittori, musicisti, cantanti, dove ci sono le città più belle del mondo”.  Ma mastro Gianni gli risponde che “in Italia solo i dottori parlano l’italiano. Noi parliamo il dialetto”. Tonino gioca quindi con i colori delle stoffe nel grigio del campo, sognando l’Italia. Si innamora, si sposa, in un posto dove “se non sbagliavi tu la virgola, la fabbricavano loro”.  Poi, dopo 40 anni, cade il regime. “Ero libero, libero di stare. Cittadino italiano, a 40 anni, finalmente”.  Ma quando arriva in Italia, “nessuno ballava, suonava, cantava. Zitto. E se provavi a protestare ti dicevano: ‘ma guarda ‘st albanese’. E la solfa è stata sempre quella. E mio figlio mi ha detto: ‘papà, perché dicono che non sono come loro? E se non sono come loro, come sono?’”.

Saverio La Ruina vive sulla scena il dramma dell’identità (ed è già metateatro) con quella faccia capace di assumere infinite sfumature, mai rigida, mai de-finita. Il corpo dell’attore si plasma con quello del personaggio perché “la parola teatrale deve avere un’azione, è scritta per essere detta” ma in La Ruina diventa tensione continua tra parola e carne, gesto e pensiero, che si fondono insieme ma mai del tutto, cosicché attore e autore si scambiano le parti in un monologo che diventa polifonia di voci dimenticate e magicamente riaffiorate nel cambio di tono, nella direzione di uno sguardo che fa passare da una sequenza narrativa all’altra senza traumi, in un silenzio denso che fa trattenere il fiato. Perché è uno ma sono tanti.

I frutti puri impazziscono”, avrebbe detto qualcuno. Pendolarismo identitario, avrebbe aggiunto qualche altro. La Ruina fa sì che il teatro debba essere vissuto (da attori o spettatori) prima che scritto.

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