SpazioTeatro a rischio chiusura: “Quale strategia culturale negli enti pubblici?”

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da http://www.strill.it

di Josephine Condemi– “Non c’è l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di finanziare SpazioTeatro o una qualsiasi compagnia. Ma c’è l’obbligo per la città di conoscere queste realtà.”

Dopo aver letto sul sito di SpazioTeatro l’annuncio di rischio chiusura, incontro Gaetano Tramontana, direttore artistico della compagnia (che esiste dal 1999) dal 2005, alla sede di Via S. Paolo. “Le amministrazioni non sono mai entrate qua dentro. Li abbiamo sempre invitati, fino all’anno scorso, senza avere finanziamenti: ‘venite a vedere che facciamo e poi ce lo dite che non vi interessa.’ Sono un estremista, forse, ma… non ci sono soldi? la cultura, come si afferma in questi anni, è un lusso? Allora, rimettiamoci al mercato. Senza dare finanziamenti a nessuno, né spazi. Decide lo spettatore.”

E invece, si legge nell’annuncio, la logica dei finanziamenti alla cultura è una logica di “figli e figliastri”. “Siamo creditori con il comune per un progetto del 2009, mai pagato. Mandato bloccato per mancanza di liquidità. Ma alcuni sono stati pagati. Il problema non è solo economico, però”. Ma culturale.

“Siamo più conosciuti fuori città che a Reggio. Incontriamo quotidianamente persone che dicono: ‘il teatro è la mia vita ma a Reggio non c’è niente’. Non è vero. A Reggio ci sono un sacco di associazioni, il teatro non è solo il Cilea: oltre noi, operano Scena Nuda, il Siracusa, e, fino all’anno scorso, Teatro Primo ed Experimenta, che hanno chiuso perché spazi autogestiti, che non riescono a entrare nei progetti.  Experimenta aveva fatto la scelta coraggiosissima di portare il teatro nelle periferie.”  Ma se siete così tanti, perché non fate rete?

“E’ difficilissimo, nonostante i contatti. Tradizionalmente, le amministrazioni succedutesi da 20 anni a questa parte hanno lavorato con il divide et impera: i soldi sono pochi, se dò a te, non agli altri. Si è creata quindi rivalità e anche mancanza di critica nei confronti degli enti, perché non si sa mai, potrebbero sempre darti 1000 euro. Noi abbiamo provato  a fare rete, siamo partner esterni con l’Horcynus Orca, ma anche lì loro fanno quello che possono, si prova.”

Tramontana mette sotto accusa “i criteri di distribuzione delle risorse nell’ambito della cultura, che non riguardano solo le sovvenzioni ma anche gli spazi, i permessi, le tasse. E’ vero che un politico non può conoscere tutto, ma ci sono degli elementi di valutazione oggettivi: i numeri che fai, la rassegna stampa, le attività. E quindi, la verifica. Cominciamo a tagliare i rami morti. I contributi alla cultura a cosa servono? A fare passerella o a fare sì che la cultura crei in città dei reali posti di lavoro e un’economia? Se è soltanto per fare passerella, che lo dicano.”

E Tramontana descrive quindi “la microeconomia del fare spettacoli, che significa creare lavoro, con una persona che si occupa di amministrazione, tre che si occupano di scenografie e costumi, gli attori. Sono impiegate in questo momento dodici persone. Quest’anno  abbiamo fatto cinque nuove produzioni, che hanno poi naturale sviluppo nelle scuole (se si riesce a superare il veto incrociato dei presidi). Quindi l’affitto, le utenze,  i contributi, i materiali acquistati. Avere questa sala di 50 posti significa creare un’abitudine: le famiglie sanno che ogni sabato alle 18 c’è il teatro per i ragazzi. Il lavoro che facciamo resta qui, perché la compagnia è reggina. SpazioTeatro è una fucina, per ragazzi che si formano, dai 19 ai 25-26 anni nei nostri laboratori e poi mi chiedono: ‘ma quindi?’ Non posso dare loro risposte. E quindi chi è in gamba va via. Non è una continua perdita? Continuare a sovvenzionare realtà che non portano niente è sbagliato: sono i nostri soldi. Chi entra a SpazioTeatro sa che paga 5-10 euro e vede uno spettacolo. Bisogna capire che chi non va a teatro lo paga lo stesso, spesso, con i soldi pubblici.”

Tramontana punta l’attenzione quindi sui bandi regionali: “mentre provincia e comune continuano con i finanziamenti a pioggia, la Regione lavora per bandi, ma anche lì c’è un problema. Se metti dei paletti di accesso che il 90% dei soggetti presenti sul territorio non può mantenere, per chi lo fai? Sempre per gli stessi, e il gap non diminuisce mai.”

Perché “il problema è costruire per il futuro. Noi potremmo svuotare il conto in banca, abbassare la saracinesca e chiudere, dicendoci che ci siamo divertiti per 11 anni. Ma non è quello che vogliamo. Vogliamo creare un posto di aggregazione e fare sì che questo sia sempre più il nostro lavoro. Dico: utilizziamo gli spazi vuoti che ci sono, inagibili a giorni alterni. Affidiamoli, facciamoli vivere con degli obblighi. E che siano inagibili o agibili per tutti allo stesso modo. Io sono uno di quelli che tornano. Perché riuscire a fare cose di un certo livello dove ci sono le tue radici ha un valore aggiunto. E poi perché ce n’è bisogno. Se miri a essere un serio professionista, lo puoi fare ovunque. Se te lo fanno fare”.

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