“Ti ammazzo di botte”: la violenza delle parole, le parole della violenza

identità

Questo articolo è uscito per http://www.strill.it . Qui aggiungo solo che nello stesso giorno, a Brescia, in piazza

di Josephine Condemi– Azione e discorso pubblico vanno insieme, diceva Hannah Arendt, perché è attraverso l’azione spiegata dal discorso che gli uomini si rivelano gli uni agli altri in uno spazio condiviso. In un assolato sabato pomeriggio, mi chiedo se Reggio Calabria abbia perso il senso della convivenza. O se l’abbia mai avuto. Me lo chiedo mentre mi avvicino al “presidio” di Se Non Ora Quando dedicato a Maria Immacolata Rumi.

“Eh ma se lo stato non fa…” “Ma lo Stato siamo noi”: ascolto, per un po’, una signora del comitato discutere con due ragazzi di dialogo, rappresentanza, cambiamento, possibilità. Chissà se li ha convinti. Il problema era riavere fiducia in parole ormai scaricate, logore. Perché lo scollamento tra parola e azione è lì che si sente, quando le parole sembrano, diventano vuote perché non spiegano accompagnando l’azione, ma vogliono solo esercitare un dominio. Quando il discorso è disciplinare, e basta. Pochi metri più avanti, camminando, sento: “Ma dove vai, frocio di merda?” “Vieni qua, che ti stupro”. Sono due ragazzini, della scuola media, credo, ed è la ragazza a parlare per prima. Provocarsi sulla rispettiva identità tentando sempre di sottomettere, di dominare, ché c’è sempre l’inferiore, lo sfigato, lo ‘strano’ da tenere sotto controllo. E quindi l’ossessione di essere considerati ‘giusti’, da sempre, con la creazione di quell’entità mezzo metafisica che è ‘l’occhio della gente’, terrore di generazioni. Allineati e coperti, che così si fa. E quindi isolare i casi umani, i capri espiatori, ché noi siamo diversi, migliori, noi ‘non ci riconosciamo’. ‘Succede’. ‘ ‘mbattìu’. I fatti ci cadono addosso sempre inaspettati, con l’espressione dialettale a segnare l’ineluttabilità e insieme l’impossibilità di darsi una spiegazione. Con-vivere, vivere insieme, è solo questo? Esercitare dei rapporti di potere?  Il tessuto sociale di Reggio si regge su questo?

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One thought on ““Ti ammazzo di botte”: la violenza delle parole, le parole della violenza

  1. Ciao Josephine, leggo con trasporto queste tue riflessioni… Esprimi quello che tutti pensiamo ma che, spesso per le motivazioni più varie, non abbiamo il coraggio di dire…
    La paura di essere se stessi, il vivere si, come la plebaglia informe che ambiva solo al panem et circensem, ci fa più comodo… Tanto non è compito nostro.. é dello Stato, si, ma chi è lo Stato? Un altro diverso da noi… Non ci tocca la questione anzi ogni questione forse perchè siamo talmente abituati che siamo diventati passivi, assuefatti a tutto che niente ci sconvolge.. “Panta rei”, tutto scorre e noi non possiamo fare niente…
    Leggevo il discorso che hai affrontato nella seconda parte.. Le urla di due ragazzini dirette ad un loro coetaneo… Sono convinta di una cosa: la famiglia è la prima scuola di dibattito, confronto e quindi di democrazia… Qui si impara ad amare, a rispettare, a capire e, lasciamelo dire, anche ad odiare, purtroppo… A parte questo, il diverso è sempre guardato con sospetto anche perchè <>? <>? Si viviamo in una società che si professa libera, che ricusa ogni embrionale forma di discriminazione ma, probabilmente, solo sulle Carte…

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