Lasciarsi mangiare senza farsi sbranare…di consumo, cura, bene (to be continued)

carmelo-vigna

L’8 aprile 2013 il prof. Carmelo Vigna, ordinario di Filosofia Morale alla Ca’ Foscari, ha tenuto all’Unime una Lectio Magistralis sulla Cura, incrociando il percorso che Giusi Venuti sta portando avanti con Cogitazioni.   

Condivido un po’ di appunti adesso. Lo spunto, questo editoriale di Gramellini.  Ma ci torneremo, prima o poi …

“Il Bene per i greci era l’oggetto del desiderio. Bene è ciò che è per noi, che ci giova, che con-viene. E’ quindi un incastro possibile, ciò che si salda con noi. Il Bene è qualcosa che conduce a fioritura, perché quando qualcosa è per me fiorisco, sono liberato. Bene è stare in asse con il mondo, intercettare nel modo giusto per noi.”

Perché “l’io è un grande sensore a doppio strato, corpo e mente.” Quindi, il concetto di cura: “cura è procurare a noi del bene. Ci tocca per come siamo fatti, ma i risultati li sappiamo dopo, all’inizio è un atto ipotetico, e quindi la cura è esposta al rischio dell’errore.”

Non a caso, “per Freud, tre cose erano impossibili: educare, governare e curare. Perché è impossibile prevedere una reazione, visto che solo nel rapporto con gli altri ci si può liberare dal negativo e quindi ci sono due libertà in gioco.”

Gli altri sono per Vigna “l’unica realtà di esperienza che può stare in pari col nostro desiderio. Desiderio che, filosoficamente, è un orizzonte secondo totalità, perché ciò che colma ha a che fare con la totalità, altrimenti c’è inquietudine. Le forme di saturazione del desiderio attraverso l’oggetto hanno vita breve, sono solo gli Altri come libertà, come totalità di apertura che si dà per me, quindi soggettività, che ci danno la possibilità di sosta, che colmano momentaneamente il desiderio.”

“L’io come curante deve apparire al curato come bene per lui, che lo libera dal negativo e porta fioritura. Se togli il negativo agli altri, te lo prendi tu, rischi tu, ti fai mangiare e mangi (perché altri si offrono). Insomma, quando altri mi nutre, sto bene.”

Il problema è che “tutti vogliono essere curati ma nessuno vuole curare e il rapporto di cura, se manca la reciprocità, si inceppa. Socialmente alcuni sono deputati alla cura, ma ognuno di noi è nello stesso tempo medico e infermiere. Si può venire a capo della cura che va a male (quando non c’è reciprocità)? Sì, se si attua qualche stratagemma: avere più rifornitori di cura e di bene, quindi una rete, non concentrarsi su un singolo essere umano; avere memoria del bene ricevuto; sapere che si può sempre e comunque intercettare il bene. La tentazione quando una cura va male è l’arroccamento. La cura è il desiderio di essere curati, e chi non è stato curato non è in grado di curare. La buona notizia è che non siamo mai da nessuno totalmente non amati!”

Nel rapporto con altri, non basta il rispetto: “di reciproco rispetto si può morire, è un’etica minimale.”

E quindi, la cura come “lasciarsi mangiare senza farsi sbranare. Nessuno però ci dice se è momento giusto di curare. Occorre recuperare l’esercizio, il coraggio di sostare nel negativo?”

“Tutti abbiamo il diritto a fiorire. Nessuno può fare da capro espiatorio. Ognuno porti il peso che può portare. E’ un problema di ricezione. Anche a livello sociale: il welfare porta ad un’attesa rispetto al pubblico che ti aiuta, a un’enfasi dei diritti…ma i doveri? Quale reciprocità? E’ come se ci fosse un’infantilizzazione dei rapporti.”

Poi, l’accenno alla casa: “la cura è una casa. La casa vera è la coppia, il corpo è una casa. Abitare è una cura.”

Questa concezione della cura come nutrizione/nutrimento ha portato alla precisazione rispetto alla dimensione del consumo, e quindi alla tematica del consumismo: “il consumismo è simmetrico alla penuria del consumo, perché si consumano oggetti e ci si è dimenticati che quello che ci riempie è il consumo reciproco della soggettività. Che non ci colma totalmente ma ci fa sostare, temporaneamente, nella totalità.”

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